Politica

  • Per la commemorazione di Togliatti

    Togliatti, un’Aula divisa che si inchina insieme

    Il 21 agosto 1964 moriva a Yalta Palmiro Togliatti, colpito da un’emorragia cerebrale durante una visita ufficiale in Unione Sovietica. Aveva 71 anni, era stato deputato alla Costituente, ministro senza portafoglio, vicepresidente del Consiglio, ministro di Grazia e Giustizia, e da vent’anni guidava il Partito Comunista Italiano. Il Senato lo commemorò martedì 8 settembre, nella 170ª seduta pubblica della IV legislatura, sotto la presidenza del vicepresidente Zelioli Lanzini. Il resoconto stenografico di quella giornata racconta qualcosa che oggi, in un’aula parlamentare, farebbe fatica a ripetersi: senatori di tutti gli schieramenti, uno dopo l’altro, che chiedono la parola per onorare un avversario politico. Ad aprire fu Umberto Terracini, che parlò a nome del gruppo comunista. Ricordò Togliatti come parlamentare che aveva seduto in Aula, restando alla Consulta prima e alla Camera poi, ed il cui pensiero politico aveva comunque attraversato quelle stanze per decenni. Ripercorse gli anni della clandestinità, l’attentato del 1922 quando fu salvato per caso dalla fuga degli squadristi torinesi, l’esilio, la direzione dell’Internazionale comunista, il rientro a Salerno nel 1943 e la scelta della “svolta” che portò i comunisti dentro il governo di unità nazionale. Dopo Terracini presero la parola Schiavetti per i socialisti di unità proletaria, Tolloy e Lami Starnuti per i socialisti, Monni per la Democrazia Cristiana, Battaglia per i liberali. Ognuno segnò le distanze politiche, spesso nette: Tolloy parlò apertamente di quanto avesse diviso i socialisti da Togliatti negli ultimi anni, sul rapporto tra autonomia del movimento operaio e disciplina verso Mosca. Ma nessuno rinunciò al riconoscimento della sua statura. Monni, sardo, raccontò un dettaglio che disse nessuno avesse ancora ricordato: il padre di Togliatti aveva fatto l’economo al Convitto nazionale di Sassari, dove il futuro segretario del PCI aveva studiato al liceo Azuni, tra ristrettezze economiche sopportate senza mai perdere dignità. Il ministro Scaglia, senza portafoglio, parlò a nome del governo. Il presidente Zelioli Lanzini chiuse gli interventi ricordando, tra i familiari presenti alla vita del Senato, il figlio Aldo e la vedova Rita Montagnana, che era stata senatrice nella prima legislatura repubblicana. Seguendo la prassi riservata alla scomparsa di un capogruppo, la seduta fu sospesa per un quarto d’ora. Quella commemorazione va letta insieme a un secondo documento, di natura diversa ma complementare. Nel Fondo Giorgio Napolitano, la raccolta di circa 6.500 volumi e opuscoli donata dagli eredi al Senato il 16 luglio 2024, si trova una copia di Discorsi alla Costituente, pubblicato da Editori Riuniti nel 1958. Raccoglie gli interventi che lo stesso Togliatti tenne all’Assemblea Costituente tra il giugno 1946 e il gennaio 1948, negli anni in cui l’Italia scriveva la propria Costituzione. È un altro modo di misurare la stessa figura: non più nel momento del commiato, ma in quello in cui contribuiva a fissare, articolo per articolo, i principi su cui la Repubblica avrebbe dovuto reggersi. Restano due punti di osservazione sullo stesso percorso. Uno racconta come un’assemblea profondamente divisa abbia trovato, per un pomeriggio, un linguaggio comune davanti alla morte di un avversario. L’altro conserva la voce di chi, in quell’assemblea, aveva lavorato fianco a fianco con chi la pensava diversamente, per costruire qualcosa che dovesse valere per tutti. 📄 Resoconto stenografico della seduta dell’8 settembre 1964: senato.it

    Togliatti alla Costituente: due battaglie dentro un volume

    Discorsi alla Costituente, pubblicato da Editori Riuniti nel 1958 e conservato nella Biblioteca del Senato con il timbro che compare sul frontespizio, raccoglie gli interventi che Palmiro Togliatti tenne in Assemblea tra il giugno 1946 e il gennaio 1948. Dentro quelle 341 pagine ci sono mesi di lavori, ma due episodi restano più di altri legati al suo nome: la battaglia sulla definizione della Repubblica nell’articolo 1, e il voto sui Patti Lateranensi nell’articolo 7. Sono discussi anche altrove, per esempio nell’antologia curata nel 2021 da Lelio La Porta per la stessa casa editrice, con prefazione di Enrico Berlinguer e introduzione di Alessandro Natta: una selezione più maneggevole, ma il volume del 1958 resta l’edizione integrale, quella che i costituenti stessi lessero mentre i fatti erano ancora recenti.

    Una Repubblica “di lavoratori”

    Il 22 gennaio 1947, in sede di Commissione dei 75, Togliatti presentò un emendamento che proponeva di riformulare il primo comma dell’articolo 1 in questi termini: l’Italia come Repubblica democratica di lavoratori. La proposta, sostenuta insieme a Lelio Basso e Nenni, non passò per un voto pari, e Togliatti si riservò di riportarla in Assemblea plenaria. Lo fece nelle sedute di marzo: il 15 marzo Targetti ricordò che la formula era già stata discussa nella sottocommissione con Basso e Mancini, mancando la maggioranza solo di pochi voti; il 17 marzo fu il Partito d’Azione, con l’intervento di Valiani, a spiegare perché avrebbe votato quella dizione, definendola una presa di posizione politica capace di orientare il resto del testo, per esempio sui limiti alla proprietà privata. La discussione si chiuse il 22 marzo 1947 con un compromesso: non “Repubblica democratica di lavoratori“, ma “Repubblica democratica fondata sul lavoro“, formula proposta da Amintore Fanfani che riprendeva, nelle sue stesse parole, il discorso di Togliatti sulla nuova classe dirigente da opporre a quella pre-fascista giudicata responsabile dell’avvento del regime. È la formula che apre ancora oggi la Costituzione, all’articolo 1. La differenza non è solo lessicale: la versione di Togliatti avrebbe fatto del lavoro un requisito di cittadinanza repubblicana, quella approvata ne ha fatto un fondamento più ampio, riferito allo Stato e non alla persona.

    Il voto sull’articolo 7

    Il secondo episodio riguarda la notte tra il 24 e il 25 marzo 1947, quando l’Assemblea votò l’articolo 5 del progetto, poi diventato l’articolo 7 definitivo, sull’inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione. Nei mesi precedenti, dai lavori preparatori di novembre 1946 alla discussione generale di inizio marzo, il PCI si era mantenuto contrario a quella menzione, giudicandola in contrasto con la laicità dello Stato. Togliatti stesso, nella discussione dell’11 e 24 marzo, aveva definito i Patti lesivi della coscienza civile del paese. Il 25 marzo, nel suo intervento serale, Togliatti motivò invece il voto favorevole del gruppo comunista. Il filo del discorso, quale emerge dai resoconti dell’Assemblea, è quello della pace religiosa: evitare una frattura tra la massa cattolica e quella comunista e socialista, in un paese uscito da poco dalla guerra e ancora fragile. Il risultato finale fu di 350 voti favorevoli contro 149: ai 201 democristiani di De Gasperi e ai 54 tra liberali e qualunquisti di Giannini si aggiunsero i 95 voti comunisti, decisivi per la maggioranza. Senza quell’apporto, i sostenitori dell’articolo avrebbero vinto solo di cinque voti. La scelta sorprese gli stessi alleati socialisti: Nenni votò contro, insieme al suo partito, e la notizia del voto comunista arrivò come una sorpresa anche a chi condivideva con il PCI il patto di unità d’azione. Piero Calamandrei, che aveva guidato l’opposizione giuridica ai Patti in aula, scrisse poco dopo sulla rivista Il Ponte un saggio dal titolo Storia quasi segreta di una discussione e di un voto, restato negli anni il riferimento più citato. Il volume conservato in Senato non è un testo isolato. Va letto insieme ai resoconti stenografici della Costituente, oggi consultabili anche online sul portale La nascita della Costituzione, che riportano seduta per seduta gli interventi di quei mesi, comprese le repliche di Ruini, Nitti, Orlando, La Pira, Dossetti. È lì che si vede meglio come il testo della Carta sia nato da un compromesso continuo, discusso articolo per articolo, tra forze che si guardavano con diffidenza reciproca ma che, su alcuni punti, scelsero di trovare un punto di caduta comune. La formula sul lavoro e il voto sui Patti restano i due esempi più netti di quella logica: uno perso, uno vinto, entrambi decisivi per il testo che l’Italia si è data.
  • Ritratto del Maresciallo Tito

    Tito, il maresciallo che tenne insieme i Balcani

    Circola da qualche tempo online un manifesto in stile pop, palette rossa e blu desaturata, che ritrae Josip Broz Tito con lo stesso trattamento grafico usato per il celebre poster di Obama “Hope”. L’immagine racconta bene un fenomeno reale: a più di quarant’anni dalla morte, la figura del maresciallo jugoslavo continua a circolare come icona, spesso semplificata in un verso o nell’altro. Vale la pena provare a restituirle un po’ di spessore.

    Dal fabbro di Kumrovec al comando partigiano

    Josip Broz nasce nel 1892 a Kumrovec, in Croazia, allora territorio asburgico, da padre croato e madre slovena. Fa il fabbro, poi l’operaio metalmeccanico, prima di entrare nell’esercito austro-ungarico e combattere sul fronte russo durante la Prima guerra mondiale, dove viene ferito e catturato. La prigionia in Russia lo mette a contatto con la rivoluzione bolscevica: aderisce al comunismo, torna in Jugoslavia negli anni Venti e scala rapidamente le gerarchie del partito clandestino, tra arresti e periodi di detenzione. Quando la Germania e i suoi alleati invadono la Jugoslavia nell’aprile del 1941, Tito organizza la resistenza partigiana comunista, che diventa nel giro di pochi anni la forza di liberazione più numerosa d’Europa occupata, con centinaia di migliaia di combattenti raccolti in diverse armate. È un dato che gli storici riconoscono senza troppe discussioni: a differenza di quanto avviene in altri paesi europei, la Jugoslavia si libera dai nazifascisti soprattutto con le proprie forze, senza un intervento militare diretto degli Alleati sul terreno. Il prezzo pagato è altissimo, si stima intorno al milione di morti, e la guerra civile che si intreccia alla guerra di liberazione, tra partigiani comunisti, cetnici monarchici e ustascia collaborazionisti, lascia ferite che si riapriranno decenni dopo.

    Un socialismo diverso da Mosca

    Nel dopoguerra Tito guida la nuova Repubblica Federale, prima come primo ministro poi come presidente a vita dal 1953. Il passaggio che lo rende una figura originale nel panorama comunista arriva nel 1948, quando rompe con Stalin e con il Cominform, rifiutandosi di subordinare la politica jugoslava a Mosca. Da quella rottura nasce un modello alternativo, fondato sull’autogestione operaia delle imprese e su un socialismo di mercato che apre spazi di autonomia locale sconosciuti al blocco sovietico. Sul piano internazionale, la Jugoslavia di Tito diventa uno dei paesi fondatori del Movimento dei Non Allineati insieme a Nasser e Nehru, ritagliandosi un ruolo di ponte tra i due blocchi della Guerra fredda. Il modello funziona, per un certo periodo. Garantisce crescita economica, un tenore di vita superiore a quello degli altri paesi del blocco orientale, e soprattutto tiene insieme un mosaico di popoli, lingue e religioni diversissime, dai croati cattolici ai serbi ortodossi ai bosniaci musulmani, sotto un’identità jugoslava condivisa. È il lato del bilancio che alimenta ancora oggi la cosiddetta “jugo-nostalgia“, un sentimento diffuso soprattutto tra chi ha vissuto le guerre degli anni Novanta e associa il periodo titino a una stagione di stabilità perduta.

    Il prezzo della rottura con Stalin

    C’è però un altro lato, meno raccontato da chi guarda a Tito con simpatia acritica. La rottura del 1948 non produce solo autonomia politica, produce anche una repressione interna durissima contro chi rimane fedele a Stalin. Tra il 1949 e il 1956 migliaia di persone, in gran parte comunisti jugoslavi ma anche diversi italiani, in particolare i cosiddetti “monfalconesi” emigrati in Jugoslavia per costruire il socialismo, vengono deportate nel campo di rieducazione di Goli Otok, l’Isola Calva nel Quarnaro. Le stime più accreditate parlano di oltre 16 mila detenuti sottoposti a torture sistematiche e centinaia di morti, in un sistema di autogestione carceraria in cui erano gli stessi prigionieri, costretti a picchiarsi e denunciarsi a vicenda, a garantire la disciplina del campo. È rimasto a lungo uno dei capitoli più rimossi della storia jugoslava, riemerso solo negli ultimi decenni grazie al lavoro di storici e alle testimonianze dei sopravvissuti. Anche la costruzione stessa del regime titino, un partito unico che non ammette opposizione organizzata, va tenuta a mente quando si valuta il bilancio complessivo: l’autonomia dal blocco sovietico non coincide con un sistema pluralista, e i fermenti nazionalisti che riemergono più volte, dalla primavera croata del 1968 in poi, vengono affrontati con arresti e repressione più che con un reale allentamento del controllo politico. Così alla morte di Tito nel 1980 il sistema che aveva tenuto insieme la Jugoslavia comincia a incrinarsi. La crisi economica degli anni Ottanta, l’aumento dell’autonomia delle repubbliche già sancito dalla costituzione del 1974, e la ricomparsa dei nazionalismi che il regime aveva soffocato senza mai davvero risolverne le cause, preparano il terreno alle guerre balcaniche di un decennio più tardi. È proprio questa doppia eredità, quella dell’artefice della più grande resistenza antifascista d’Europa e quella del capo di un regime a partito unico capace di reprimere duramente i propri dissidenti, a rendere Tito una figura difficile da racchiudere in un manifesto pop. Guardarla per intero, senza appiattirla su un solo colore, è probabilmente l’unico modo per capire davvero perché, quarant’anni dopo, i Balcani continuano a discuterne e ad averne nostalgia.
  • 2 agosto 1980: quarantasei anni dopo, la verità giudiziaria e il compito della memoria
    Alle 10.25 del 2 agosto 1980 una valigia contenente circa 23 chilogrammi di esplosivo, tra tritolo, T4 e gelatinato, esplose nella sala d’attesa di seconda classe della stazione di Bologna. Morirono 85 persone, oltre 200 rimasero ferite. Resta l’attentato più sanguinoso della storia repubblicana in tempo di pace, e l’orologio della stazione, fermato su quell’ora, ne è diventato il segno visibile. Quest’anno l’anniversario cade in un momento particolare del percorso giudiziario. Il primo luglio 2025 la Cassazione ha confermato l’ergastolo per Paolo Bellini, ritenuto il quinto esecutore materiale della strage, chiudendo così anche il cosiddetto processo ai mandanti. A gennaio dello stesso anno era diventata definitiva anche la condanna all’ergastolo di Gilberto Cavallini. Si sommano alle condanne già irrevocabili, risalenti agli anni Novanta e Duemila, di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, riconosciuti colpevoli in quanto appartenenti alla banda armata che organizzò e realizzò l’attentato. Il processo sui mandanti ha inoltre indicato in Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi i finanziatori e organizzatori della catena di comando, senza che si sia potuto procedere penalmente nei loro confronti perché nel frattempo deceduti. Quello che oggi si può dire, con il peso di sentenze passate in giudicato e non più discutibili in sede processuale, è che la strage ebbe matrice neofascista e che a organizzarla, finanziarla ed eseguirla concorsero soggetti legati all’eversione di destra, con la partecipazione di apparati che ne coprirono per anni le responsabilità attraverso depistaggi documentati nelle stesse sentenze. È una ricostruzione che si è formata attraverso decenni di indagini, spesso ostacolate, e che rappresenta oggi un punto fermo difficilmente equiparabile alle ricostruzioni alternative circolate nel tempo, alcune delle quali hanno tentato di spostare la responsabilità su piste diverse da quella accertata nei tribunali. Questo non significa che la vicenda sia chiusa in ogni suo aspetto. Restano zone d’ombra sui livelli di complicità istituzionale, sulle collusioni tra ambienti eversivi, apparati militari, massoneria deviata e settori politici ed economici dell’epoca, come hanno osservato anche alcuni dei magistrati che hanno seguito il processo nel corso degli anni. La verità giudiziaria definitiva riguarda la responsabilità penale degli imputati individuati; non esaurisce necessariamente ogni domanda storica sul contesto in cui la strage maturò. Oggi a Bologna si è tenuto il consueto corteo lungo via Indipendenza, da piazza Nettuno alla stazione, con la partecipazione di migliaia di persone e delle istituzioni cittadine e nazionali. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato come il segno lasciato dalla strage sia inciso nella storia repubblicana e nella coscienza collettiva del paese, sottolineando come questa consapevolezza riguardi in particolare le generazioni più giovani. Anche quest’anno il corteo ha assunto un significato ulteriore per la città, con la partecipazione dei familiari di Abderrahim Fakir, morto nei giorni scorsi al Pilastro durante un fermo di polizia, a testimonianza di come la memoria del 2 agosto continui a intrecciarsi con le tensioni civili del presente. Per chi si occupa, come noi che scriviamo attraverso Polis Futura, di storia, politica e di responsabilità civica, il 2 agosto non è solo una data da commemorare una volta l’anno. È un caso di scuola su cosa significhi, per una democrazia, accertare la verità nonostante decenni di ostacoli, e su quanto sia fragile quella stessa verità di fronte ai tentativi di revisione che periodicamente ricompaiono nel dibattito pubblico. Le sentenze definitive del 2025 rappresentano, da questo punto di vista, un argine giuridico solido: non eliminano le domande aperte sul contesto storico, ma tolgono margine a chi vorrebbe negare i fatti già accertati con prove verificate nei tre gradi di giudizio. La responsabilità di chi scrive di politica e di diritto, come noi oggi, è mantenere questa distinzione: rispettare la verità processuale come dato acquisito, continuare a interrogarsi sul contesto storico che l’ha resa possibile, e non confondere le due cose quando si parla della strage con chi non ha vissuto quegli anni.
  • Filosofia e geopolitica nel tempo del caos: Polis Futura analizza il libro Kaos di Cacciari ed Esposito
    Venerdì 24 luglio, alle ore 17.00, Polis Futura invita cittadini, studenti e appassionati di politica e filosofia a partecipare a un aperitivo-incontro presso il Letterarium di Piazza Piloni 7 a Belluno L’iniziativa, aperta a tutti, sarà dedicata alla discussione del libro “Krisis & Kaos. La guerra e il destino del politico” di Massimo Cacciari e Roberto Esposito, un’opera che affronta alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo: il disordine geopolitico mondiale, il ritorno dei conflitti, la crisi dell’ordine internazionale e il ruolo della politica in una realtà sempre più complessa. A guidare l’incontro saranno Luigi Filippo Daniele, presidente di Polis Futura, e Matteo Mulè, vicepresidente dell’associazione, che presenteranno i principali contenuti del volume e offriranno alcuni spunti di riflessione sulle prospettive della situazione geopolitica contemporanea, stimolando un confronto aperto con il pubblico.   Secondo Cacciari ed Esposito, il caos che caratterizza il mondo di oggi non rappresenta una crisi temporanea destinata a essere superata, ma costituisce una condizione strutturale della modernità, generata dal conflitto tra la globalizzazione tecnica ed economica e il tentativo degli Stati di riaffermare la propria sovranità politica. In questo scenario, la guerra torna a essere uno degli strumenti attraverso cui si ridefiniscono gli equilibri internazionali, mentre la politica è chiamata a confrontarsi con trasformazioni profonde che mettono in discussione le categorie tradizionali. L’incontro non si limiterà alla presentazione del libro, ma prenderà avvio dalle sue riflessioni per approfondire uno dei concetti centrali del pensiero di Massimo Cacciari: quello di Krisis. Pubblicato nel 1976, Krisis rappresenta una delle opere più significative del filosofo veneziano. In un momento storico segnato dalla crisi del marxismo tradizionale e dello storicismo italiano, Cacciari propone una lettura radicalmente diversa della crisi: essa non è una semplice anomalia da correggere né una fase transitoria, ma costituisce il principio stesso attraverso cui si sviluppa la modernità. La crisi diventa così una condizione permanente della politica, dell’economia, della cultura e della società. Attraverso il concetto di “pensiero negativo“, ispirato soprattutto a Friedrich Nietzsche e Ludwig Wittgenstein, Cacciari mette in discussione l’idea che la filosofia possa risolvere definitivamente le contraddizioni della realtà. Al contrario, il pensiero moderno deve imparare ad abitare il conflitto, il limite, la pluralità dei linguaggi e l’assenza di fondamenti assoluti. Questa riflessione si estende anche alla scienza, all’economia e alla cultura europea di fine Ottocento, mostrando come la crisi abbia investito ogni ambito della conoscenza. Da Ernst Mach alla scuola economica austriaca, fino alla grande stagione della Vienna di Musil, Kraus, Rilke e Trakl, emerge una modernità caratterizzata dalla dissoluzione delle certezze e dalla ricerca di nuovi paradigmi interpretativi. Dal punto di vista politico, Krisis propone una tesi particolarmente originale: il capitalismo non viene travolto dalle proprie crisi, ma tende a riorganizzarsi proprio attraverso di esse. La crisi non coincide quindi con il collasso del sistema, bensì con il suo continuo processo di trasformazione, razionalizzazione e adattamento. Partendo da queste categorie filosofiche, il dibattito si sposterà sul presente, affrontando le grandi sfide geopolitiche del XXI secolo e interrogandosi sul significato della politica oggi. Si discuterà della politica intesa come logos del futuro, cioè come capacità di interpretare il presente per costruire una visione della società, e di come queste riflessioni possano tradursi anche nella dimensione locale. Uno spazio particolare sarà dedicato infatti alle prospettive della città di Belluno e del territorio, riflettendo su come il pensiero politico possa contribuire a immaginare il futuro della comunità locale, delle istituzioni e della partecipazione civica. L’incontro si svolgerà in un clima informale e partecipativo: dopo gli interventi introduttivi, il pubblico sarà invitato a intervenire con domande, osservazioni e contributi, trasformando l’aperitivo in un momento di dialogo e confronto aperto. Polis Futura rinnova così il proprio impegno nella promozione della cultura politica e filosofica, nella convinzione che comprendere i grandi cambiamenti del nostro tempo rappresenti il primo passo per costruire, insieme, il futuro della nostra comunità.          
  • Karl Jaspers e la Politica

    Karl Jaspers e la politica: un pensiero che non nasce da una frattura. 


      C’è un’abitudine diffusa tra gli interpreti di Karl Jaspers, e consiste nel dividere in due la sua vicenda intellettuale. Da una parte lo psicopatologo diventato filosofo dell’esistenza, autore della grande Psicopatologia generale e poi della Filosofia. Dall’altra l’intellettuale pubblico che dopo il 1945 si misura con la catastrofe del nazismo, la colpa collettiva dei tedeschi, il destino della democrazia in un paese distrutto. Un “prima” e un “dopo” separati dalla guerra, come se la Seconda guerra mondiale avesse prodotto in lui una conversione. Il libro di Elena Alessiato, Karl Jaspers e la politica. Dalle origini alla questione della colpa (Orthotes, collana Ethica), rimette in discussione questa lettura. La tesi di fondo è che l’interesse di Jaspers per la politica non sia un’aggiunta tardiva alla sua opera, ma affondi le radici nella sua formazione di medico e filosofo. Chi ha seguito con attenzione il percorso di Jaspers sa che la domanda sui limiti della ragione, sulla comunicazione tra individui, sulla libertà come possibilità sempre minacciata, accompagna il suo pensiero fin dagli anni della giovinezza accademica a Heidelberg. Alessiato ricostruisce questo percorso per tappe, e la scelta è significativa. Si parte da una conferenza del 1917, rimasta inedita fino al 1999, per arrivare agli scritti degli anni Trenta sulla società di massa e sull’università, due istituzioni che Jaspers osserva con la stessa preoccupazione: il rischio che la vita collettiva si organizzi senza lasciare spazio alla singolarità della persona. È un filo che si riannoda poi, con tutt’altra urgenza, nel saggio del 1946 sulla questione della colpa tedesca, testo scomodo e per molti versi coraggioso, scritto da un uomo che aveva vissuto sotto il regime nazista in una condizione di isolamento crescente, per via del matrimonio con una donna ebrea. Il merito del libro, a mio avviso, è di non isolare Jaspers ma di restituirne la statura attraverso i confronti che hanno segnato la sua formazione o il suo dialogo intellettuale. Max Weber resta un riferimento costante, soprattutto per la riflessione sul rapporto tra etica e responsabilità politica. Con Heidegger il legame è più tormentato, fatto di stima reciproca e poi di distanza radicale, quando le scelte del filosofo di Friburgo nei confronti del regime segnano una rottura che Jaspers non perdonerà mai del tutto. Con Hannah Arendt, sua allieva e poi interlocutrice per tutta la vita, il dialogo tocca temi che restano aperti: la natura del totalitarismo, il senso della responsabilità individuale di fronte al crimine di massa, il ruolo del giudizio. Quello che emerge da questi confronti non è un catalogo di influenze, ma un modo di pensare la politica che rifiuta le scorciatoie. Jaspers non crede che la morale possa dettare direttamente le regole dell’azione politica, né che la politica possa fare a meno della morale. Non pensa che la democrazia sia un meccanismo neutro di procedure, ma nemmeno la riduce a un ideale astratto: gli interessano i suoi limiti concreti, le condizioni che la rendono possibile o la mettono in crisi. E si interroga a lungo sul rapporto tra libertà individuale e libertà collettiva, un nodo che il Novecento ha reso drammaticamente concreto e che il nostro tempo continua a porre, sotto forme diverse. Il libro di Alessiato ha quindi anche un interesse che va oltre la storia della filosofia. Le domande che Jaspers si è posto, sull’educazione come luogo di formazione del giudizio critico, sulla responsabilità che lega ogni cittadino alle scelte della propria comunità politica, sul confine tra teoria e pratica, restano domande vive. Oggi chiunque si occupi di amministrazione locale, di partecipazione civica, di trasparenza nelle istituzioni, trova in Jaspers un interlocutore inatteso: un filosofo convinto che la ragione umana, per quanto fragile, resti l’unico strumento con cui una comunità può interrogare se stessa senza cadere né nel cinismo né nella retorica. Karl Jaspers e la politica si legge quindi non come un capitolo chiuso di storia delle idee, ma come un invito a riprendere sul serio alcune domande che la filosofia politica contemporanea tende talvolta a semplificare troppo in fretta.
      Fonte : Elena Alessiato, Karl Jaspers e la politica. Dalle origini alla questione della colpa, Orthotes, collana Ethica.

ECONOMIA POLITICA

IL LIBERISMO NELL’ECONOMIA

Adam Smith fu uno dei principali esponenti del liberismo economico. Nacque nel 1723 nei pressi di Edimburgo dove morì nel 1790. Diventò professore di retorica e letteratura ad Edimburgo nel 1748, dove, nel 1759 , scrisse “La Teoria dei Sentimenti Morali” un’opera di filosofia morale e nel 1776 la sua celeberrima opera “La Ricchezza delle Nazioni”.

É nella Ricchezza delle Nazioni che Smith enuncia il principio della mano invisibile del mercato : << chiunque impieghi il suo capitale per sostenere l’attività produttiva interna si sforza necessariamente di dirigere tale attività in modo tale che il suo prodotto sia il massimo possibile. Egli non intende, in genere, perseguire l’interesse pubblico, né è consapevole della misura in cui lo sta perseguendo . Egli mira solo al proprio guadagno ed è condotto da una mano invisibile a perseguire un fine che non rientra nelle sue intenzioni. Né il fatto che tale fine non rientri sempre nelle sue intenzioni è sempre un danno per la società. Perseguendo il suo interesse, egli spesso persegue l’interesse della società in modo molto più efficace di quanto intende effettivamente perseguirlo. Io non ho mai saputo che sia stato fatto molto bene da coloro che affermano di operare per la felicità pubblica>>(1)

LA TEORIA DELLA MANO INVISIBILE.

Un’ economia di mercato dunque è definita come un sistema in cui gli agenti economici, come famiglie ed imprese, decidono liberamente di comprare, per chi lavorare, cosa produrre e chi assumere liberaliter.

Nell’economia di mercato, pertanto, vi sono due principi peculiari: il primo è il principio della mano invisibile , il secondo è l’ eterogenesi dei fini. Secondo il principio della mano invisibile l’interazione sul libero mercato degli agenti economici, ciascuno è mosso soltanto dal proprio <<self interest>> e determina il massimo benessere possibile per l’intera collettività. L’ Eterogenesi dei fini enuncia il principio secondo cui il mercato risponde ad un principio d’ordine generale al di là dei fini consapevolmente perseguiti dagli agenti economici.

Secondo Smith quindi il meccanismo strumentale attraverso cui agisce la mano invisibile è il sistema dei prezzi che si formano sul libero mercato fondato sul rapporto domanda-offerta. Secondo Smith, ripercorrendo il solco della filosofia utilitaristica di Bentham, l’uomo è individualista ed egoista, l’unico fine a cui si tende è quello del massimo interesse-vantaggio personale, tuttavia, perseguendo un fine individualistico, ciò giova anche alla società indirettamente : <<Non è della benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla considerazione del loro personale interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro amor di sé stessi e parliamo dei loro vantaggi e mai delle nostre necessità>> e ancora <<L’uomo ha quasi sempre bisogno dell’aiuto dei suoi simili e lo aspetterebbe invano dalla sola benevolenza: avrà molta più probabilità di ottenerlo rivolgendo a suo favore l’amor proprio altrui >>(2) 

 Si afferma il libero arbitrio ma le scelte individuali, pur perseguendo l’interesse personale, devono sottostare all’interesse collettivo.

Che cosa significa L’amor di se stessi?

Nella “ricchezza delle nazioni” Adam Smith parla di amor per se stessi, perché, pur dicendo che da un lato  l’uomo è un animale sociale(3), tuttavia dall’altro riconosce che il funzionamento del mercato è regolato e governato da una serie di principi che non si riducono al “self love”, ovvero diretto alla soddisfazione dei bisogni naturali. Smith distingue tra <<Social passions>> e <<Unsocial Passions>>: riguardo alle unsocial passions Smith afferma: “our symphathy is divided between the person who feels them and the person who is the object of them”, nel caso delle social passions Smith dice “our sympathy is reinforced”.

Divisione del Lavoro.

Alla divisione del lavoro Smith attribuisce un’importanza fondamentale, tanto da inserirla all’apertura del suo saggio. Non fu il primo a intuirlo, si pensi a Platone o a Menenio Agrippa ma fu il primo a sistematizzarla. Smith ritiene che la causa principale del progresso stia nelle capacità produttive del lavoro; de facto, il suo concetto di divisione del lavoro anticipa quelle che furono le correnti fordiste. Egli sostiene che la specializzazione del lavoro in tanti sotto lavori di minor difficoltà e maggior monotonia facilitino il processo produttivo in quanto evitano uno spreco dei tempi.

L’uomo è portato a fare ciò di cui è capace, cercando di ottenere dal proprio tempo il massimo consentito dalle sue capacità, affinché la sua produzione sia la maggiore possibile. In questo modo, ratione materiae, mediante il mercato, l’uomo potrà scambiare ciò che ha prodotto in tempi brevi con merci che avrebbe prodotto in più tempo. Questa è la tendenza che viene oggi amplificata dalla maggior tecnicizzazione del lavoro, determinata dal fatto che la società diventa via via più complessa ed assume nuove esigenze.

Smith prende come esempio il semplice mestiere dello spillettaio: un operaio non addestrato a questo compito e non abituato ad usare le macchine che vi si impiegano, applicandosi al massimo difficilmente riuscirà a fare uno spillo al giorno. Se, invece, un uomo trafila e il metallo, un altro raddrizza il filo ed un terzo rotaia mentre un quarto gli fa la punta ed un quinto la schiaccia l’estremità dieci persone possono arrivare a fabbricare più di 48.000 spilli al giorno. Ciascuno, in questo modo, potrebbe fabbricare 4.800 spilli al giorno grazie ad un’adeguata divisione E combinazione delle operazioni diverse.

-La moneta.

Per soddisfare i propri bisogni, ciascun soggetto non può contare semplicemente su ciò che ha prodotto ma dovrà effettuare scambi con altri lavoratori. La tendenza dell’uomo è stata quella per secoli di conservare merci che si potessero dividere e scambiare più facilmente come i metalli. Successivamente, sui metalli venne imposta una coniatura come strumento di controllo del relativo peso reale per evitare delle frodi. Questa tendenza si è protratta sino ai giorni nostri con sistemi di coniatura sempre più efficienti fino ad arrivare al sistema monetario attuale. Smith analizza dunque la quantità di moneta da utilizzare negli scambi cioè il prezzo delle merci. Esistono due tipologie di prezzo:

a)Il prezzo reale: direttamente proporzionale alla quantità in termini di tempo di lavoro impiegato Nella produzione della merce e dalla qualità e difficoltà di tale lavoro.

b)Prezzo nominale: la moneta con cui viene pagato il prodotto o il lavoro, esso dipende dal prezzo reale ma su di esso influiscono ulteriori Fattori.

Sul prezzo nominale o naturale infatti agiscono tre diverse variabili: i) il lavoro, ii)il profitto dei fondi: cioè il guadagno percepito dall’investimento dei fondi e tale fattore influirà maggiormente sul prezzo quanto Maggiore sarà il rischio assunto dall’imprenditore, ed infine iii)la rendita dalla Terra, cioè la rendita che una persona percepisce per il fatto di possedere un terreno consentendogli lo sfruttamento produttivo.

Il prezzo di mercato a sua volta è determinato dalla domanda del prodotto in vendita, secondo la legge secondo cui se la domanda supera l’offerta il prezzo si alza ma se l’offerta supera la domanda il prezzo si abbassa. Il prezzo, pertanto, secondo Smith, tende naturalmente a stabilizzarsi sul valore naturale: infatti se si abbassa il prezzo di mercato si avranno dei tagli netti negli investimenti e nel lavoro che faranno diminuire l’offerta, ma se si alza il prezzo del mercato ci saranno nuove persone che eseguiranno il lavoro per produrre tale merce e di conseguenza aumenterà l’offerta.

IL COMMERCIO INTERNAZIONALE E LIBERO SCAMBIO.

Il sistema del commercio ha una particolare caratteristica che permette un grande beneficio, ovvero il fatto che questo permette ad un paese di importare ciò che manca per soddisfare i propri bisogni e di esportare ciò che non trova sbocco nel mercato interno. Per mezzo del commercio, dunque, è possibile uno sviluppo di attività al massimo livello ove le merci prodotte superino la richiesta del mercato interno.

Il commercio internazionale e il libero scambio comportano ad un incremento dei profitti e ad un aumento della ricchezza delle nazioni, ad esempio, la scoperta dell’America ha arricchito l’Europa non per l’importazione dei metalli preziosi ma per l’ampliamento dei mercati. Per quanto riguarda le restrizioni alle importazioni delle merci che si possono produrre nel paese, tali restrizioni possono portare potenzialmente ad un beneficio diretto delle attività di produzione nazionale.

Tali restrizioni alle importazioni tuttavia alterano il funzionamento della mano invisibile e interferiscono con le leggi naturali del mercato, quella che venne definita lex mercatorum, determinando due effetti negativi: è conveniente produrre una merce con mezzi propri se il costo dell’importazione è minore, dall’altro non è utile allo sviluppo del mercato indirizzare l’attività produttiva verso un prodotto impedendo la produzione di un altro che avrebbe potuto dare maggiori profitti.

Per quanto riguarda il protezionismo e l’autarchia peraltro, avevano già dimostrato di non essere degli strumenti efficaci di economia politica un esempio potrebbe essere quello del sacro Romano impero di Carlo V 1519-1.556. nessuno stato aveva sino ad allora accumulato tanti quantità di oro ed argento e controllato territori così vasti; il nuovo mondo aveva inoltre fatto entrare in Europa prodotti sconosciuti quali mais, cacao, peperoni ,zucche, patate, fagioli e pomodori. Eppure l’impero non resse: cominciò un inesorabile declino sino alla sua disgregazione e la Spagna rimase in uno stato di arretratezza economica dalla quale ha cominciato a risollevarsi solo pochi decenni or son.

Le cause della decadenza furono la particolare natura chiusa ed autoritaria delle istituzioni spagnole e le barriere al commercio imposte dalla corona che diede in monopolio le tratte trans oceaniche a una corporazione di mercanti di Siviglia. Costoro fecero in modo che la monarchia ricevesse oro e argento e tributi in abbondanza e lì tesaurizzasse o impiegasse in guerra ma impedirono qualsiasi forma di libero scambio. Anzi, la Spagna impose ostacoli anche tra colonie E Colonia. Queste politiche restrittive impedirono Il sorgere di una classe borghese. 

Tutto ciò era ben chiaro anche David Hume ,contemporaneo di Adam Smith ,che nei propri scritti “of commerce” del 1752, “of the balance of trade” del 1752 e “of the jealousy of trade” del 1758, racchiusi in quelli che vengono definiti “discorsi politici” di David Hume demolisce le credenze protezionistiche e mercantilistiche. Il grande filosofo empirista scozzese infatti scrive contro “La gretta e tossica” opinione (doxa) che fa guardare con sospetto lo sviluppo al benessere degli Stati confinanti, basata sull’idea in base alla quale sarebbe impossibile per uno stato essere prosperoso senza danneggiare qualcun altro; egli ritiene che “l’incremento delle ricchezze del commercio di un qualunque nazione, piuttosto che causare un danno, di solito favorisce i paesi limitrofi nell’acquisto di ricchezze di commerci”.

L’esperienza secondo Hume, dimostra che <<dove viene garantita la libertà di scambio tra le nazioni, è impossibile che l’economia interna di ciascun paese non riceveva uno stimolo positivo dai progressi degli altri>>

Di questo Hume aveva avuto un evidenza empirica: prendendo l’esempio dello sviluppo della Gran Bretagna nei due secoli precedenti il filosofo empirista notò che all’inizio la merce è importata dall’estero con nostro grande disappunto perché pensiamo che essa ci privi della nostra moneta ma in un secondo momento le competenze stesse vengono gradualmente importate a nostra evidente vantaggio. In poche parole, viene spazzata via l’erronea convinzione che il commercio serva a tesaurizzare e si spiega così la teoria della concorrenza come diffusione della conoscenza che sarà poi alla base del principio e del pensiero di Friedrich von Hayek.

<<Sono pochi gli inglesi che non pensano che la loro nazione sarebbe completamente rovinata se i vini francesi fossero venduti in Inghilterra talmente a buon mercato da soppiantare tutta la birra e di liquori distillati sull’isola: ma niente sarebbe più innocuo e probabilmente più vantaggioso. Ciascun nuovo acro di vigneto piantato in Francia lo scopo di fornire vino in Inghilterra renderebbe necessario ai francesi l’acquisto del prodotto di un campo inglese coltivato ad avena e Grano per il loro proprio sostentamento: ed è evidente che saremmo noi ad avere la risorsa di maggior valore(teoria dei vantaggi comparativi)>>

A questo segue Smith secondo cui <<è una regola di condotta di ogni prudente Pater familias quello di non cercare mai di fabbricare a casa ciò che costerebbe più fare da soli che comprare. Ciò che è prudenza nella condotta di una famiglia privata non può essere di certo follia nella conduzione di un grande regno>>

° Prendiamo ad esempio un fatto concreto, ripreso dall’avvocato De Nicola: se un paese è più efficiente di un altro -ad esempio – in due produzioni comunque gli conviene specializzarsi in una. Ad esempio poniamo che il Portogallo possa produrre una bottiglia di vino con 5 ore di lavoro ed un chilo di pane con 10 ore punto l’Inghilterra produce la stessa bottiglia in 3 ore e il chilo di pane in un’ora, sembrerebbe allora che all’Inghilterra convenga produrre tutto a casa. Invece il costo del Portogallo per produrre il vino sebbene più alto che in Alpione è più spesso basso rispetto al pane. Però ogni bottiglia prodotta il Portogallo dà via mezzo chilo di pane mentre all’Inghilterra basta un terzo di kg. Pertanto il Portogallo ha un vantaggio comparativo nel produrre il vino mentre l’Inghilterra Lo ha nel produrre il pane. Se Londra e Lisbona scambiano vino e pane uno a uno, il Portogallo convertirà le 10 ore che ci vogliono per produrre il pane per fare due bottiglie di vino. E anche l’Inghilterra ci guadagna perché per importare due bottiglie di vino dal Portogallo in cambio di 2 kg di pane ci dovrà mettere due ore di lavoro mentre per fare una bottiglia di vino ce ne deve impiegare tre e quindi con lo scambio immaginato convertirà le tre ore per sfornare 3 kg di pane e alla fine si troverà con una bottiglia in più perché ne importa due e un chilo di pane in più perché gliene avanza uno. Ecco qui la teoria dei vantaggi comparativi spiegata senza le complesse formule matematiche utilizzate dagli odierni economisti.

  • LE IMPOSTE

Adam Smith considera l’ esistenza delle tasse con realismo: esistono in quanto servono per pagare spese pubbliche imprescindibili per lo stato.

Tuttavia esse devono conformarsi ai famosi 4 principi:

1)Ogni suddito deve contribuire a mantenere il governo in stretta proporzione al reddito

2)L’imposta che ogni individuo è tenuto a pagare deve essere certa e non arbitraria. Tempi modi ed entità del pagamento devono  essere chiari e semplici per il contribuente e per ogni altra persona.

3)Ogni imposta deve essere riscossa nel modo e nel tempo più comodi per ogni contribuente.

4)Ogni imposta dovrebbe essere tale da sottrarre ale tasche del popolo il meno possibile oltre a ciò che fa entrare entrare nel tesoro dello stato.

  • Riguardo alla teoria dei sentimenti morali.

La teoria di Smith (4) si concentra sulla cooperazione nel piccolo gruppo, nel quale le interazioni tra uomini sono dirette e personali mentre la “Wealth of the Nations”( la ricchezza delle nazioni) si occupa della cooperazione nelle relazioni interpersonali di mercato. Questa opera si fonda sull’intuizione secondo cui la vita di relazione organizzata nella società è la natura stessa dell’esistenza umana. L’uomo è dotato pertanto di una immaginazione morale attraverso cui immaginiamo cosa provino gli altri punto La morale si sviluppa nell’interazione con gli altri e cercando delle forme di condivisione con il prossimo secondo l’enunciato io giudico la tua vista attraverso la mia vista la tua ragione attraverso la mia ragione. A fondamento del comportamento umano in tutti i suoi aspetti Smith pone il bisogno di essere amati e amabili cioè l’esigenza di essere rispettati, accettati , stimati , riconosciuti da altri esseri umani, nonché la capacità di osservarsi mediante la prospettiva di uno spettatore imparziale. Grazie a questa capacità di autosservars l’uomo raggiunge una buona condotta naturale che gli fa gestire le passioni. Lo spettatore imparziale è quello che altri filosofi chiamano “la coscienza” e le passioni insane, sono il frutto spesso della solitudine. La società e la conversazione sono i mezzi migliori per raggiungere la tranquillità.

Nella natura umana secondo Smith convivono due principi: la simpatia e l’amor di se stessi. Smith utilizza il termine sympathy per indicare il sentimento di empatia in generale cioè sentire in consonanza con gli affetti di un’altra persona. La simpatia è uno dei principi fondamentali della natura umana al di là del maggiore o minore egoismo dei singoli e su di essa si fonda la possibilità del giudizio etico. In aggiunta, ad fortiori, all’amore di sè Smith riconosce un significato positivo: non è solo egoismo, ma anche la fonte di sentimenti , Nobili ,di grandezza.

Di Daniele Luigi Filippo

Note

1[Adam Smith, La ricchezza delle Nazioni, Libro IV, Capitolo 2]

2Adam Smith , La ricchezza delle nazioni Libro 1, cap. 2.

3Aristotele, La metafisica, tà metà tà fisikà libro I: w ànthropos zoòn politikòn estì

4La teoria dei sentimenti morali, 1759

Bibliografia

Smith, La ricchezza delle nazioni 1776

Smith, La teoria dei sentimenti morali 1759

David Hume, political Discourses, 1752