Togliatti, un’Aula divisa che si inchina insieme
Il 21 agosto 1964 moriva a Yalta Palmiro Togliatti, colpito da un’emorragia cerebrale durante una visita ufficiale in Unione Sovietica. Aveva 71 anni, era stato deputato alla Costituente, ministro senza portafoglio, vicepresidente del Consiglio, ministro di Grazia e Giustizia, e da vent’anni guidava il Partito Comunista Italiano.
Il Senato lo commemorò martedì 8 settembre, nella 170ª seduta pubblica della IV legislatura, sotto la presidenza del vicepresidente Zelioli Lanzini. Il resoconto stenografico di quella giornata racconta qualcosa che oggi, in un’aula parlamentare, farebbe fatica a ripetersi: senatori di tutti gli schieramenti, uno dopo l’altro, che chiedono la parola per onorare un avversario politico.
Ad aprire fu Umberto Terracini, che parlò a nome del gruppo comunista. Ricordò Togliatti come parlamentare che aveva seduto in Aula, restando alla Consulta prima e alla Camera poi, ed il cui pensiero politico aveva comunque attraversato quelle stanze per decenni. Ripercorse gli anni della clandestinità, l’attentato del 1922 quando fu salvato per caso dalla fuga degli squadristi torinesi, l’esilio, la direzione dell’Internazionale comunista, il rientro a Salerno nel 1943 e la scelta della “svolta” che portò i comunisti dentro il governo di unità nazionale.
Dopo Terracini presero la parola Schiavetti per i socialisti di unità proletaria, Tolloy e Lami Starnuti per i socialisti, Monni per la Democrazia Cristiana, Battaglia per i liberali. Ognuno segnò le distanze politiche, spesso nette: Tolloy parlò apertamente di quanto avesse diviso i socialisti da Togliatti negli ultimi anni, sul rapporto tra autonomia del movimento operaio e disciplina verso Mosca. Ma nessuno rinunciò al riconoscimento della sua statura. Monni, sardo, raccontò un dettaglio che disse nessuno avesse ancora ricordato: il padre di Togliatti aveva fatto l’economo al Convitto nazionale di Sassari, dove il futuro segretario del PCI aveva studiato al liceo Azuni, tra ristrettezze economiche sopportate senza mai perdere dignità.
Il ministro Scaglia, senza portafoglio, parlò a nome del governo. Il presidente Zelioli Lanzini chiuse gli interventi ricordando, tra i familiari presenti alla vita del Senato, il figlio Aldo e la vedova Rita Montagnana, che era stata senatrice nella prima legislatura repubblicana. Seguendo la prassi riservata alla scomparsa di un capogruppo, la seduta fu sospesa per un quarto d’ora.
Quella commemorazione va letta insieme a un secondo documento, di natura diversa ma complementare. Nel Fondo Giorgio Napolitano, la raccolta di circa 6.500 volumi e opuscoli donata dagli eredi al Senato il 16 luglio 2024, si trova una copia di Discorsi alla Costituente, pubblicato da Editori Riuniti nel 1958. Raccoglie gli interventi che lo stesso Togliatti tenne all’Assemblea Costituente tra il giugno 1946 e il gennaio 1948, negli anni in cui l’Italia scriveva la propria Costituzione. È un altro modo di misurare la stessa figura: non più nel momento del commiato, ma in quello in cui contribuiva a fissare, articolo per articolo, i principi su cui la Repubblica avrebbe dovuto reggersi.
Restano due punti di osservazione sullo stesso percorso. Uno racconta come un’assemblea profondamente divisa abbia trovato, per un pomeriggio, un linguaggio comune davanti alla morte di un avversario. L’altro conserva la voce di chi, in quell’assemblea, aveva lavorato fianco a fianco con chi la pensava diversamente, per costruire qualcosa che dovesse valere per tutti.
📄 Resoconto stenografico della seduta dell’8 settembre 1964: senato.it
Togliatti alla Costituente: due battaglie dentro un volume
Discorsi alla Costituente, pubblicato da Editori Riuniti nel 1958 e conservato nella Biblioteca del Senato con il timbro che compare sul frontespizio, raccoglie gli interventi che Palmiro Togliatti tenne in Assemblea tra il giugno 1946 e il gennaio 1948. Dentro quelle 341 pagine ci sono mesi di lavori, ma due episodi restano più di altri legati al suo nome: la battaglia sulla definizione della Repubblica nell’articolo 1, e il voto sui Patti Lateranensi nell’articolo 7.
Sono discussi anche altrove, per esempio nell’antologia curata nel 2021 da Lelio La Porta per la stessa casa editrice, con prefazione di Enrico Berlinguer e introduzione di Alessandro Natta: una selezione più maneggevole, ma il volume del 1958 resta l’edizione integrale, quella che i costituenti stessi lessero mentre i fatti erano ancora recenti.
Una Repubblica “di lavoratori”
Il 22 gennaio 1947, in sede di Commissione dei 75, Togliatti presentò un emendamento che proponeva di riformulare il primo comma dell’articolo 1 in questi termini: l’Italia come Repubblica democratica di lavoratori. La proposta, sostenuta insieme a Lelio Basso e Nenni, non passò per un voto pari, e Togliatti si riservò di riportarla in Assemblea plenaria. Lo fece nelle sedute di marzo: il 15 marzo Targetti ricordò che la formula era già stata discussa nella sottocommissione con Basso e Mancini, mancando la maggioranza solo di pochi voti; il 17 marzo fu il Partito d’Azione, con l’intervento di Valiani, a spiegare perché avrebbe votato quella dizione, definendola una presa di posizione politica capace di orientare il resto del testo, per esempio sui limiti alla proprietà privata.
La discussione si chiuse il 22 marzo 1947 con un compromesso: non “Repubblica democratica di lavoratori“, ma “Repubblica democratica fondata sul lavoro“, formula proposta da Amintore Fanfani che riprendeva, nelle sue stesse parole, il discorso di Togliatti sulla nuova classe dirigente da opporre a quella pre-fascista giudicata responsabile dell’avvento del regime. È la formula che apre ancora oggi la Costituzione, all’articolo 1. La differenza non è solo lessicale: la versione di Togliatti avrebbe fatto del lavoro un requisito di cittadinanza repubblicana, quella approvata ne ha fatto un fondamento più ampio, riferito allo Stato e non alla persona.
Il voto sull’articolo 7
Il secondo episodio riguarda la notte tra il 24 e il 25 marzo 1947, quando l’Assemblea votò l’articolo 5 del progetto, poi diventato l’articolo 7 definitivo, sull’inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione. Nei mesi precedenti, dai lavori preparatori di novembre 1946 alla discussione generale di inizio marzo, il PCI si era mantenuto contrario a quella menzione, giudicandola in contrasto con la laicità dello Stato. Togliatti stesso, nella discussione dell’11 e 24 marzo, aveva definito i Patti lesivi della coscienza civile del paese.
Il 25 marzo, nel suo intervento serale, Togliatti motivò invece il voto favorevole del gruppo comunista. Il filo del discorso, quale emerge dai resoconti dell’Assemblea, è quello della pace religiosa: evitare una frattura tra la massa cattolica e quella comunista e socialista, in un paese uscito da poco dalla guerra e ancora fragile. Il risultato finale fu di 350 voti favorevoli contro 149: ai 201 democristiani di De Gasperi e ai 54 tra liberali e qualunquisti di Giannini si aggiunsero i 95 voti comunisti, decisivi per la maggioranza. Senza quell’apporto, i sostenitori dell’articolo avrebbero vinto solo di cinque voti.
La scelta sorprese gli stessi alleati socialisti: Nenni votò contro, insieme al suo partito, e la notizia del voto comunista arrivò come una sorpresa anche a chi condivideva con il PCI il patto di unità d’azione. Piero Calamandrei, che aveva guidato l’opposizione giuridica ai Patti in aula, scrisse poco dopo sulla rivista Il Ponte un saggio dal titolo Storia quasi segreta di una discussione e di un voto, restato negli anni il riferimento più citato.
Il volume conservato in Senato non è un testo isolato. Va letto insieme ai resoconti stenografici della Costituente, oggi consultabili anche online sul portale La nascita della Costituzione, che riportano seduta per seduta gli interventi di quei mesi, comprese le repliche di Ruini, Nitti, Orlando, La Pira, Dossetti. È lì che si vede meglio come il testo della Carta sia nato da un compromesso continuo, discusso articolo per articolo, tra forze che si guardavano con diffidenza reciproca ma che, su alcuni punti, scelsero di trovare un punto di caduta comune. La formula sul lavoro e il voto sui Patti restano i due esempi più netti di quella logica: uno perso, uno vinto, entrambi decisivi per il testo che l’Italia si è data.