Alle 10.25 del 2 agosto 1980 una valigia contenente circa 23 chilogrammi di esplosivo, tra tritolo, T4 e gelatinato, esplose nella sala d’attesa di seconda classe della stazione di Bologna.

Morirono 85 persone, oltre 200 rimasero ferite. Resta l’attentato più sanguinoso della storia repubblicana in tempo di pace, e l’orologio della stazione, fermato su quell’ora, ne è diventato il segno visibile.

Quest’anno l’anniversario cade in un momento particolare del percorso giudiziario. Il primo luglio 2025 la Cassazione ha confermato l’ergastolo per Paolo Bellini, ritenuto il quinto esecutore materiale della strage, chiudendo così anche il cosiddetto processo ai mandanti. A gennaio dello stesso anno era diventata definitiva anche la condanna all’ergastolo di Gilberto Cavallini. Si sommano alle condanne già irrevocabili, risalenti agli anni Novanta e Duemila, di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, riconosciuti colpevoli in quanto appartenenti alla banda armata che organizzò e realizzò l’attentato. Il processo sui mandanti ha inoltre indicato in Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi i finanziatori e organizzatori della catena di comando, senza che si sia potuto procedere penalmente nei loro confronti perché nel frattempo deceduti.
Quello che oggi si può dire, con il peso di sentenze passate in giudicato e non più discutibili in sede processuale, è che la strage ebbe matrice neofascista e che a organizzarla, finanziarla ed eseguirla concorsero soggetti legati all’eversione di destra, con la partecipazione di apparati che ne coprirono per anni le responsabilità attraverso depistaggi documentati nelle stesse sentenze. È una ricostruzione che si è formata attraverso decenni di indagini, spesso ostacolate, e che rappresenta oggi un punto fermo difficilmente equiparabile alle ricostruzioni alternative circolate nel tempo, alcune delle quali hanno tentato di spostare la responsabilità su piste diverse da quella accertata nei tribunali.
Questo non significa che la vicenda sia chiusa in ogni suo aspetto. Restano zone d’ombra sui livelli di complicità istituzionale, sulle collusioni tra ambienti eversivi, apparati militari, massoneria deviata e settori politici ed economici dell’epoca, come hanno osservato anche alcuni dei magistrati che hanno seguito il processo nel corso degli anni. La verità giudiziaria definitiva riguarda la responsabilità penale degli imputati individuati; non esaurisce necessariamente ogni domanda storica sul contesto in cui la strage maturò.
Oggi a Bologna si è tenuto il consueto corteo lungo via Indipendenza, da piazza Nettuno alla stazione, con la partecipazione di migliaia di persone e delle istituzioni cittadine e nazionali. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato come il segno lasciato dalla strage sia inciso nella storia repubblicana e nella coscienza collettiva del paese, sottolineando come questa consapevolezza riguardi in particolare le generazioni più giovani. Anche quest’anno il corteo ha assunto un significato ulteriore per la città, con la partecipazione dei familiari di Abderrahim Fakir, morto nei giorni scorsi al Pilastro durante un fermo di polizia, a testimonianza di come la memoria del 2 agosto continui a intrecciarsi con le tensioni civili del presente.
Per chi si occupa, come noi che scriviamo attraverso Polis Futura, di storia, politica e di responsabilità civica, il 2 agosto non è solo una data da commemorare una volta l’anno. È un caso di scuola su cosa significhi, per una democrazia, accertare la verità nonostante decenni di ostacoli, e su quanto sia fragile quella stessa verità di fronte ai tentativi di revisione che periodicamente ricompaiono nel dibattito pubblico. Le sentenze definitive del 2025 rappresentano, da questo punto di vista, un argine giuridico solido: non eliminano le domande aperte sul contesto storico, ma tolgono margine a chi vorrebbe negare i fatti già accertati con prove verificate nei tre gradi di giudizio.
La responsabilità di chi scrive di politica e di diritto, come noi oggi, è mantenere questa distinzione: rispettare la verità processuale come dato acquisito, continuare a interrogarsi sul contesto storico che l’ha resa possibile, e non confondere le due cose quando si parla della strage con chi non ha vissuto quegli anni.