Ritratto del Maresciallo Tito

Tito, il maresciallo che tenne insieme i Balcani

Circola da qualche tempo online un manifesto in stile pop, palette rossa e blu desaturata, che ritrae Josip Broz Tito con lo stesso trattamento grafico usato per il celebre poster di Obama “Hope”. L’immagine racconta bene un fenomeno reale: a più di quarant’anni dalla morte, la figura del maresciallo jugoslavo continua a circolare come icona, spesso semplificata in un verso o nell’altro. Vale la pena provare a restituirle un po’ di spessore.

Dal fabbro di Kumrovec al comando partigiano

Josip Broz nasce nel 1892 a Kumrovec, in Croazia, allora territorio asburgico, da padre croato e madre slovena. Fa il fabbro, poi l’operaio metalmeccanico, prima di entrare nell’esercito austro-ungarico e combattere sul fronte russo durante la Prima guerra mondiale, dove viene ferito e catturato. La prigionia in Russia lo mette a contatto con la rivoluzione bolscevica: aderisce al comunismo, torna in Jugoslavia negli anni Venti e scala rapidamente le gerarchie del partito clandestino, tra arresti e periodi di detenzione.

Quando la Germania e i suoi alleati invadono la Jugoslavia nell’aprile del 1941, Tito organizza la resistenza partigiana comunista, che diventa nel giro di pochi anni la forza di liberazione più numerosa d’Europa occupata, con centinaia di migliaia di combattenti raccolti in diverse armate. È un dato che gli storici riconoscono senza troppe discussioni: a differenza di quanto avviene in altri paesi europei, la Jugoslavia si libera dai nazifascisti soprattutto con le proprie forze, senza un intervento militare diretto degli Alleati sul terreno. Il prezzo pagato è altissimo, si stima intorno al milione di morti, e la guerra civile che si intreccia alla guerra di liberazione, tra partigiani comunisti, cetnici monarchici e ustascia collaborazionisti, lascia ferite che si riapriranno decenni dopo.

Un socialismo diverso da Mosca

Nel dopoguerra Tito guida la nuova Repubblica Federale, prima come primo ministro poi come presidente a vita dal 1953. Il passaggio che lo rende una figura originale nel panorama comunista arriva nel 1948, quando rompe con Stalin e con il Cominform, rifiutandosi di subordinare la politica jugoslava a Mosca. Da quella rottura nasce un modello alternativo, fondato sull’autogestione operaia delle imprese e su un socialismo di mercato che apre spazi di autonomia locale sconosciuti al blocco sovietico. Sul piano internazionale, la Jugoslavia di Tito diventa uno dei paesi fondatori del Movimento dei Non Allineati insieme a Nasser e Nehru, ritagliandosi un ruolo di ponte tra i due blocchi della Guerra fredda. Il modello funziona, per un certo periodo. Garantisce crescita economica, un tenore di vita superiore a quello degli altri paesi del blocco orientale, e soprattutto tiene insieme un mosaico di popoli, lingue e religioni diversissime, dai croati cattolici ai serbi ortodossi ai bosniaci musulmani, sotto un’identità jugoslava condivisa.

È il lato del bilancio che alimenta ancora oggi la cosiddetta “jugo-nostalgia“, un sentimento diffuso soprattutto tra chi ha vissuto le guerre degli anni Novanta e associa il periodo titino a una stagione di stabilità perduta.

Il prezzo della rottura con Stalin

C’è però un altro lato, meno raccontato da chi guarda a Tito con simpatia acritica. La rottura del 1948 non produce solo autonomia politica, produce anche una repressione interna durissima contro chi rimane fedele a Stalin. Tra il 1949 e il 1956 migliaia di persone, in gran parte comunisti jugoslavi ma anche diversi italiani, in particolare i cosiddetti “monfalconesi” emigrati in Jugoslavia per costruire il socialismo, vengono deportate nel campo di rieducazione di Goli Otok, l’Isola Calva nel Quarnaro. Le stime più accreditate parlano di oltre 16 mila detenuti sottoposti a torture sistematiche e centinaia di morti, in un sistema di autogestione carceraria in cui erano gli stessi prigionieri, costretti a picchiarsi e denunciarsi a vicenda, a garantire la disciplina del campo. È rimasto a lungo uno dei capitoli più rimossi della storia jugoslava, riemerso solo negli ultimi decenni grazie al lavoro di storici e alle testimonianze dei sopravvissuti.

Anche la costruzione stessa del regime titino, un partito unico che non ammette opposizione organizzata, va tenuta a mente quando si valuta il bilancio complessivo: l’autonomia dal blocco sovietico non coincide con un sistema pluralista, e i fermenti nazionalisti che riemergono più volte, dalla primavera croata del 1968 in poi, vengono affrontati con arresti e repressione più che con un reale allentamento del controllo politico.

Così alla morte di Tito nel 1980 il sistema che aveva tenuto insieme la Jugoslavia comincia a incrinarsi. La crisi economica degli anni Ottanta, l’aumento dell’autonomia delle repubbliche già sancito dalla costituzione del 1974, e la ricomparsa dei nazionalismi che il regime aveva soffocato senza mai davvero risolverne le cause, preparano il terreno alle guerre balcaniche di un decennio più tardi.

È proprio questa doppia eredità, quella dell’artefice della più grande resistenza antifascista d’Europa e quella del capo di un regime a partito unico capace di reprimere duramente i propri dissidenti, a rendere Tito una figura difficile da racchiudere in un manifesto pop. Guardarla per intero, senza appiattirla su un solo colore, è probabilmente l’unico modo per capire davvero perché, quarant’anni dopo, i Balcani continuano a discuterne e ad averne nostalgia.

Lascia un commento