APPUNTI SULLA RIGENERAZIONE URBANA: L’EX CHIESA DEI GESUITI A BELLUNO

Appunti sulla Rigenerazione urbana a Belluno: l’ex Chiesa dei Gesuiti, un progetto fermo? 

*Di Luigi Filippo Daniele

Doveva essere uno dei simboli della rinascita urbana del centro storico. Oggi, invece, l’ex Chiesa dei Gesuiti – parte dell’ex Caserma Tasso – è tornata nell’ombra della cronaca: chiusa, silenziosa, ancora in attesa di diventare quello spazio pubblico vivo e frequentato che il progetto del 2021 prometteva.

Tre anni fa l’amministrazione Massaro, con l’assessore Franco Frison, aveva puntato forte su questo intervento , presentandolo come un tassello chiave per restituire alla città un luogo di cultura e socialità. L’obiettivo era chiaro: trasformare l’antico edificio in un ambiente multifunzionale, capace di ospitare mercati coperti, eventi, mostre, aree lettura e attività per famiglie e bambini.

Un progetto ambizioso, poi dal 2022 il freno improvviso.

Il progetto prevedeva una piazza coperta al piano terra, aperta e accessibile, pensata per diventare punto di ritrovo quotidiano. Al primo piano, una sala polifunzionale da circa 190 posti, con foyer e spazi espositivi, avrebbe permesso di accogliere spettacoli, conferenze e iniziative culturali di medio respiro.

Tra gli interventi più importanti c’era anche la realizzazione di una nuova scala interna, studiata per collegare due ambienti separati fin dall’Ottocento. Un’opera che non era solo funzionale, ma simbolica: ridare continuità a un edificio frammentato dal tempo.

Il cantiere, almeno nelle prime fasi, aveva rispettato le scadenze. Nel 2022 l’apertura straordinaria al pubblico lasciò sperare che la struttura fosse finalmente pronta a diventare uno dei nuovi poli culturali della città.

E poi? Il silenzio

Oggi, invece, tutto sembra essersi bloccato. L’ex Chiesa dei Gesuiti non è diventata quel punto di riferimento annunciato. Le attività non sono decollate, gli spazi non sono stati messi in rete con le associazioni, e la struttura – pur recuperata – resta priva di una programmazione stabile.

È l’ennesima occasione mancata per una città che da anni cerca nuovi spazi di socialità e aggregazione, mentre molte realtà culturali locali continuano a doversi arrangiare tra sale parrocchiali, locali privati o spazi non sempre adatti.

Se guardiamo il confronto con le altre città il problema appare ancora più evidente se confrontato con ciò che sta accadendo in altre città.

A Padova, la rigenerazione urbana procede spedita: ampliamento del tram, riqualificazione di quartieri e piazze, nuovi poli culturali. La creazione del Laboratorio di Quartiere all’ Arcella.

A Bologna, dopo aver portato il Tram nella città Felsinea, è stato avviato il grande progetto della riqualificazione dell’ex scalo Ravone: migliaia di metri quadrati che diventeranno parchi, servizi e nuovi spazi per famiglie e studenti. Verrà creato un nuovo Parco della Memoria di Bologna: un’area di 11 ettari che darà vita a un nuovo quartiere dedicato alla città. Il progetto prevede la piantumazione di mille nuovi alberi. Un intervento che, solo nelle dimensioni, dà l’idea del respiro di queste operazioni.

Il sindaco ha parlato di una zona che oggi “può apparire ancora grigia”, ma che presto sarà trasformata grazie al desigillamento di 100.000 metri quadrati di superfici: asfalto tolto, terreno liberato, verde che torna a crescere.

Quei 100.000 metri quadrati diventeranno un grande parco pubblico, aperto a tutte e tutti, ha spiegato Lepore. Spazi gioco, aree sportive, installazioni culturali, arte, creatività, interventi dedicati alla memoria.

Una nuova pista ciclabile collegherà la stazione al Lungoreno, attraversando un’area che ospiterà attività culturali, intrattenimento, lavoro e perfino housing sociale.

Non è solo un parco: è un nuovo pezzo di città.

Un tempo, lì, c’erano autorimesse e migliaia di auto parcheggiate. Ora, grazie alla trasformazione, si creerà un corridoio verde continuo che porterà fino al Bosco dei Prati e al percorso verso l’Ospedale Maggiore.

È un progetto di rigenerazione dell’ex scalo ferroviario Ravone, destinato a diventare SimBolo Park, acronimo di sostenibilità, innovazione e mutualismo. Ieri sono iniziate le prime demolizioni delle vecchie strutture, primo passo verso la realizzazione di un grande parco pubblico che prenderà il nome di Parco della Memoria.

Il progetto prevede, infatti, la desigillazione di 96.580 metri quadrati, circa l’80% dell’area oggi coperta dal cemento, dove verranno messi a dimora 1.000 nuovi alberi di specie diverse. Sul restante 20% troveranno invece posto spazi per eventi culturali e sportivi, aree di co-working, e gli immancabili punti ristoro.

A collegare l’intero distretto sarà una lunga promenade ciclopedonale alberata, che in futuro dovrebbe connettere l’area alla nuova stazione SFM di Prati di Caprara e quindi anche al nuovo quartiere Green Soul costruito dalla società immobiliare Nhood Services Italy vincitirce del concorso internazionale Reinventing Cities.

L’opera, finanziata con 57,8 milioni di euro del PNRR, dovrà essere collaudata entro il 31 dicembre 2027. L’intero distretto – che, per capirci, riguarda l’area che comprende anche il TPO, il Dumbo e la ciclabile di via del Chiù – sarà completamente interdetto alle auto e oltre all’accesso da via Casarini è previsto un nuovo ingresso ciclopedonale dai Prati di Caprara e una connessione con via Tanari.

Qui sorgerà anche Polo della Memoria Democratica. Finanziato con ulteriori 21.111.278,10 euro di fondi del PNRR, il nuovo Polo vorrebbe essere un punto di riferimento per la riflessione sulla contemporaneità – si legge – “attraverso il filtro di valori che a Bologna più che altrove fondano le loro radici storiche e che sono alla base della vita democratica del nostro Paese come l’antifascismo, l’antirazzismo, l’espansione e la lotta per i diritti civili e sociali, la lotta allo stragismo, il pensiero e la cultura critica”.

Un’opera che cura insieme memoria, ambiente, mobilità e servizi. Una visione d’insieme: esattamente ciò che a Belluno manca.

Padova e Bologna sono Città che hanno scelto di investire davvero nella qualità urbana.

Belluno, invece, sembra essersi arenata proprio sulla soglia del traguardo, proprio dal 2022.

Palazzo Minerva, una riqualificazione mancata 

Il Palazzo Minerva, in via Mezzaterra, è disabitato da vent’anni. L’edificio settecentesco, disegnato da Francesco Maria Preti, ha una storia di tentativi falliti: la proprietà, riunita nella famiglia Miari Fulcis, ha offerto più volte il palazzo a un ente pubblico. Prima alla Provincia di Belluno nel 2010, poi all’amministrazione Massaro, infine al Comune guidato da Oscar De Pellegrin. Ogni volta la risposta è stata un rifiuto, motivato dai costi di restauro e dall’obbligo di presentare un progetto di riqualificazione prima di accettare il bene. Il conte Damiano Miari Fulcis, che per anni aveva cercato un’istituzione disposta a farlo rivivere, è morto a gennaio 2025.

Il problema, però, non è la disponibilità del bene. È l’assenza di un progetto capace di reggere i costi. Un Comune da solo fatica a sostenere il restauro di un palazzo di questa dimensione, ma questo non significa che l’unica alternativa sia lasciarlo chiuso.

Palazzo Minerva potrebbe diventare uno spazio a funzione sociale e pubblica: sale per associazioni, sportelli di quartiere, spazi di co-working per giovani professionisti, luoghi di aggregazione che oggi in centro storico mancano. Ma perché questo accada senza gravare interamente sulle casse comunali, serve un modello diverso da quello della donazione secca. Un patto di collaborazione, o un programma integrato di intervento tra pubblico e privato, permetterebbe di distribuire i costi di restauro e gestione tra più soggetti: il Comune, fondazioni bancarie, imprese del territorio, realtà del terzo settore disposte a gestire gli spazi una volta recuperati.

Esistono strumenti già collaudati altrove per questo tipo di operazioni: concessioni di lungo periodo a soggetti privati o del terzo settore in cambio del restauro, bandi di rigenerazione che vincolano il finanziamento a un progetto d’uso definito, patti di collaborazione tra amministrazione e cittadinanza attiva sul modello dei beni comuni. Nessuno di questi richiede che il Comune si accolli da solo l’intero costo dell’operazione, che è la ragione addotta finora per i tre rifiuti.

Belluno ha un palazzo storico nel cuore del centro che aspetta da vent’anni una funzione. Continuare a rifiutarlo senza costruire un’alternativa concreta significa perdere, ancora una volta, un pezzo di città.

Per questo serve una scelta politica lungimirante 

Restaurare un edificio non basta: serve una gestione, una visione, una programmazione continuativa.

Il recupero dell’ex Chiesa dei Gesuiti rappresenta un investimento importante di risorse pubbliche. Lasciarlo inattivo significa sprecare denaro e, soprattutto, perdere un’occasione per dare respiro alla vita culturale del centro storico.

Belluno non può permettersi di lasciare vuoto un edificio così centrale. La città ha bisogno di luoghi dove incontrarsi, dove creare, dove vivere e L’ex Chiesa dei Gesuiti può ancora essere tutto questo, ma serve la volontà politica di farla ripartire, rinascere.

L’ex Chiesa dei Gesuiti, Palazzo Minerva, il Centro culturale Piero Rossi e Villa Montalban raccontano la stessa incuria e la stessa mancanza di visione politica sul recupero degli spazi in disuso. Quattro edifici che potrebbero diventare luoghi aperti alla collettività, e restano invece chiusi.

Per ora, purtroppo, rimangono il simbolo più evidente di un cammino iniziato bene e poi lasciato a metà. Il simbolo di una rigenerazione urbana promessa, ma ancora lontana dal diventare realtà.

 

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