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Di Luigi Filippo Daniele
Il 12 aprile 2026 ha segnato un passaggio storico per l’Ungheria. Dopo sedici anni di dominio politico, il sistema costruito da Viktor Orbán subisce una battuta d’arresto che, secondo le prime proiezioni, potrebbe assumere una portata senza precedenti: la vittoria dell’opposizione guidata da Péter Magyar con una possibile maggioranza dei due terzi.

Se confermata, non si tratterebbe solo di un’alternanza di governo, ma della prima reale opportunità di mettere mano all’architettura istituzionale costruita dal 2010. Ed è proprio qui che si gioca la partita più importante, in un’epoca in cui le democrazie illiberali vengono messe alla prova dalla storia.
L’“entrenchment” istituzionale dell’illiberalismo
Nel corso dei suoi mandati, Orbán ha operato una trasformazione profonda dello Stato ungherese. Non si è limitato a vincere elezioni: ha costruito un sistema pensato per resistere nel tempo, allineandosi ai modelli analizzati da Fareed Zakaria e da Levitsky e Way – sistemi formalmente democratici, ma svuotati dei contrappesi liberali.
Attraverso la nuova Legge Fondamentale e una rete di leggi organiche modificabili solo con maggioranze qualificate, il governo ha dato vita a un processo di entrenchment istituzionale. Tra i pilastri: Corte costituzionale e magistratura riorganizzate con nomine allineate; Consiglio fiscale con veto sul bilancio; autorità indipendenti solo formalmente autonome.
Questo impianto garantisce continuità, anche in caso di sconfitta elettorale, evocando la “democrazia cristiana illiberale” descritta negli studi sul modello ungherese.
La svolta dei due terzi
Lo scenario delineato si oggi, 12 aprile 2026 cambia radicalmente i termini del problema. Con il 51% dei voti su 37% scrutinato, Tisza di Magyar guida con proiezioni di 138-142 seggi, superando i 133 necessari per i due terzi.
Per la prima volta dal 2010, le leggi cardinali potrebbero essere riscritte; la Costituzione modificata; il sistema elettorale riequilibrato; gli organi di controllo riformati. In altri termini, il sistema orbániano diventerebbe formalmente reversibile.
I limiti del potere
La disponibilità degli strumenti giuridici non equivale automaticamente alla capacità politica di trasformazione. Anche con supermaggioranza, ostacoli rilevanti: resistenza di burocrazia e magistratura plasmate da Fidesz; asimmetria informativa dal sistema mediatico KESMA; polarizzazione profonda.
Smantellare un sistema consolidato richiede tempo, strategia e legittimazione, in un contesto di record affluenza al 77,8% che testimonia Una forte partecipazione popolare per il cambiamento.
Il rischio speculare: cambiare tutto per non cambiare nulla
Gli strumenti usati da Orbán – concentrazione del potere, modifiche costituzionali rapide, controllo istituzionale – sono ora nelle mani degli avversari. È possibile smantellare una democrazia illiberale senza replicarne i metodi?
Il caso ungherese assume rilevanza transnazionale, con la presenza di JD Vance a Budapest che inserisce il modello in dinamiche internazionali.
Per oltre un decennio, il sistema Orbán è stato stabilità illiberale: competitivo nelle forme, squilibrato nella sostanza. Oggi diventa reversibile, ma la legittimità dipenderà dai metodi. La sfida per l’Ungheria è ricostruire uno Stato liberale senza riprodurre le logiche illiberali di Orbán. Questo può essere un monito per tutte le democrazie in bilico.
I partiti

Il Partito del Rispetto e della Libertà (in ungherese TISZA – Tisztelet és Szabadság Párt) è un partito politico ungherese fondato nel 2020. Dal 12 aprile detiene più di 138 seggi


Fidesz – Unione Civica Ungherese (in ungherese: Fidesz – Magyar Polgári Szövetség), già “Fidesz – Unione dei Giovani Democratici” (Fiatal Demokraták Szövetsége) e “Fidesz – Partito Civico Ungherese” (Magyar Polgári Párt), è un partito politico ungherese di destra, nazional-conservatore, populista e illiberale, che in seguito alle elezioni parlamentari del 2010 detiene la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale. Dal 12 aprile 2026 detiene circa 54 seggi



Democrazia senza liberalismo? Il caso ungherese tra crisi del modello liberal-democratico e trasformazione illiberale
La presenza di elezioni competitive è sufficiente a definire un sistema come democratico, oppure l’assenza di garanzie liberali trasforma tali regimi in qualcosa di qualitativamente diverso?
Il caso ungherese dimostra che la separazione tra dimensione democratica (elettorale) e dimensione liberale (costituzionale) produce un sistema ibrido: una democrazia illiberale formalmente legittimata dal voto, ma sostanzialmente caratterizzata da erosione dello Stato di diritto, concentrazione del potere e debolezza della società civile.
Nel dibattito contemporaneo sulla crisi delle democrazie, un tema centrale riguarda la progressiva separazione tra il principio democratico e quello liberale. Se tradizionalmente la democrazia è stata intesa come un sistema politico fondato sia sulla sovranità popolare sia sulla tutela dei diritti individuali, negli ultimi decenni si è assistito all’emergere di regimi che combinano elezioni formalmente competitive con un progressivo indebolimento delle garanzie costituzionali. Questo fenomeno è stato definito “democrazia illiberale”, concetto che descrive sistemi in cui il meccanismo elettorale sopravvive, ma il liberalismo costituzionale viene eroso o aggirato.
Il caso dell’Ungheria rappresenta uno degli esempi più rilevanti di questa trasformazione. A partire dal 2010, sotto la guida di Viktor Orbán, il sistema politico ungherese ha conosciuto una profonda ristrutturazione istituzionale che ha sollevato interrogativi sulla sua natura democratica. Sebbene il processo elettorale non sia stato formalmente abolito, numerosi elementi – tra cui il controllo dei media, la limitazione del pluralismo politico e la ridefinizione dei rapporti tra Stato e società – indicano un progressivo allontanamento dal modello liberal-democratico.
Tuttavia, ridurre il caso ungherese a una semplice deviazione autoritaria risulterebbe analiticamente insufficiente. Come evidenziato dalla letteratura sulla cultura politica, i sistemi politici non sono determinati esclusivamente da istituzioni formali, ma anche da valori, credenze e comportamenti collettivi radicati storicamente. Nel caso ungherese, fattori quali la debolezza della società civile, la polarizzazione politica e la discontinuità storica hanno contribuito a creare un terreno favorevole all’emergere di un modello illiberale.
Alla luce di queste considerazioni, il presente lavoro si propone di analizzare se e in che misura l’Ungheria possa ancora essere considerata una democrazia. La tesi sostenuta è che il sistema ungherese rappresenti una forma ibrida: una democrazia elettorale priva di solide garanzie liberali, in cui la legittimazione attraverso il voto convive con un progressivo svuotamento dello Stato di diritto. Questo caso dimostra che la democrazia, intesa esclusivamente come procedura elettorale, non è sufficiente a garantire la libertà politica, mettendo in discussione l’idea che il modello liberal-democratico costituisca l’esito naturale dei processi di democratizzazione.
2. democrazia, liberalismo e illiberalismo
La comprensione del fenomeno ungherese richiede una distinzione analitica preliminare tra i concetti di democrazia e liberalismo, spesso utilizzati come sinonimi ma in realtà riferiti a dimensioni diverse del sistema politico. Tale distinzione è fondamentale per interpretare correttamente l’emergere delle cosiddette democrazie illiberali.
In senso stretto, la democrazia risponde alla domanda “chi governa?” e si fonda sul principio della sovranità popolare. Essa implica che il potere politico derivi dal popolo e sia esercitato, direttamente o indirettamente, attraverso elezioni libere, periodiche e competitive. In questa prospettiva procedurale, la democrazia è essenzialmente un metodo di selezione dei governanti, basato sulla competizione elettorale e sulla possibilità di alternanza al potere.
Il liberalismo, invece, risponde a una domanda diversa: “come viene esercitato il potere?”. Esso riguarda i limiti imposti all’azione dei governanti e si concretizza nella tutela dei diritti fondamentali dell’individuo, nello Stato di diritto, nella separazione dei poteri e nella protezione delle minoranze. In questo senso, il liberalismo costituzionale rappresenta un insieme di garanzie volte a impedire che il potere democraticamente legittimato si trasformi in arbitrio.
Storicamente, soprattutto nel secondo dopoguerra, queste due dimensioni si sono fuse nel modello della democrazia liberale, considerato per lungo tempo il paradigma dominante nelle democrazie occidentali. Tale modello combina la legittimazione popolare con la limitazione del potere politico, garantendo un equilibrio tra maggioranza e diritti individuali. Tuttavia, come evidenziato da parte della letteratura contemporanea, questa combinazione non è né automatica né irreversibile.
A partire dagli anni Novanta, si è progressivamente affermata una tendenza alla dissociazione tra i due elementi. In particolare, numerosi paesi hanno adottato istituzioni democratiche formali – come elezioni multipartitiche – senza consolidare parallelamente le strutture del costituzionalismo liberale. Il risultato è l’emergere di regimi che mantengono una facciata democratica ma che, nella sostanza, limitano diritti e libertà fondamentali. Questo fenomeno è stato definito “democrazia illiberale”.
Il concetto di democrazia illiberale indica dunque un sistema politico in cui il principio democratico sopravvive nella forma elettorale, mentre il liberalismo costituzionale viene progressivamente eroso. In tali regimi, le elezioni continuano a svolgersi, ma non garantiscono una reale competizione equa, a causa del controllo dei media, dell’uso delle risorse statali a fini politici e della marginalizzazione dell’opposizione. Inoltre, lo Stato di diritto risulta indebolito, poiché il sistema giudiziario perde autonomia e la legge viene utilizzata come strumento di consolidamento del potere piuttosto che come limite ad esso.
Un aspetto cruciale di questo modello è che l’illiberalismo non si presenta necessariamente come apertamente antidemocratico. Al contrario, esso rivendica una propria legittimità democratica, basata sul consenso elettorale e sulla volontà della maggioranza. Tuttavia, questa interpretazione maggioritaria della democrazia tende a trascurare o a negare il ruolo delle garanzie costituzionali, riducendo la democrazia a un mero meccanismo decisionale. In questo senso, il rischio principale è quello della cosiddetta “tirannia della maggioranza”, in cui il potere politico, pur essendo formalmente legittimato, agisce senza adeguati vincoli istituzionali.
L’emergere delle democrazie illiberali è stato spesso collegato ai processi di democratizzazione avviati dopo la fine della Guerra fredda. In molti paesi dell’Europa centro-orientale, la transizione da regimi autoritari a sistemi democratici ha comportato l’introduzione di elezioni competitive, ma non sempre ha prodotto un consolidamento delle istituzioni liberali. In assenza di una solida tradizione costituzionale e di una cultura politica favorevole al pluralismo, il meccanismo elettorale ha finito per coesistere con pratiche di governo sempre più accentrate e personalizzate.
In questo quadro, la democrazia illiberale può essere interpretata come una forma di regime ibrido, situata tra la democrazia liberale e l’autoritarismo. Essa non elimina completamente la competizione politica, ma la altera in modo significativo, riducendo la possibilità di un’effettiva alternanza al potere. Allo stesso tempo, non rinuncia del tutto alla legittimazione democratica, che continua a rappresentare una risorsa fondamentale per i leader politici.
La rilevanza teorica di questo concetto risiede nel fatto che mette in discussione un presupposto a lungo dominante nella teoria politica contemporanea: l’idea che la diffusione delle elezioni conduca inevitabilmente al consolidamento della democrazia liberale. Il caso delle democrazie illiberali dimostra, al contrario, che il processo di democratizzazione può produrre esiti divergenti, dando luogo a sistemi in cui la dimensione elettorale e quella liberale seguono traiettorie separate.
Alla luce di queste considerazioni, risulta evidente che la definizione di democrazia non può essere limitata alla sola dimensione procedurale. Un’analisi adeguata deve tenere conto anche della qualità delle istituzioni, del grado di tutela dei diritti e dell’effettiva distribuzione del potere. È proprio su questa base teorica che è possibile comprendere il caso ungherese, che verrà analizzato nella sezione successiva come esempio paradigmatico di democrazia illiberale contemporanea.
3. Il caso ungherese: trasformazione del sistema politico sotto Orbán
L’Ungheria rappresenta uno dei casi più emblematici di trasformazione di un sistema democratico in senso illiberale all’interno dell’Unione Europea. A partire dal 2010, con la vittoria elettorale del partito Fidesz guidato da Viktor Orbán, il paese ha intrapreso un percorso di profonda ristrutturazione istituzionale che ha progressivamente modificato l’equilibrio tra potere politico, diritti individuali e pluralismo democratico.
3.1 L’ascesa di Orbán e la ridefinizione del sistema politico
Sebbene Viktor Orbán fosse già stato primo ministro tra il 1998 e il 2002, è con il ritorno al potere nel 2010 che si avvia una fase radicalmente nuova. Grazie a una larga maggioranza parlamentare, Fidesz ha ottenuto il controllo necessario per modificare in profondità l’assetto costituzionale del paese. Questo elemento è cruciale: il cambiamento non avviene attraverso una rottura rivoluzionaria, ma tramite strumenti formalmente democratici.
Uno dei passaggi più significativi è stata l’adozione di una nuova Costituzione nel 2011, che ha ridefinito i rapporti tra i poteri dello Stato, rafforzando l’esecutivo e riducendo i margini di autonomia delle istituzioni di controllo. Questo processo ha segnato l’inizio di una progressiva concentrazione del potere politico, in linea con le caratteristiche tipiche delle democrazie illiberali.
Parallelamente, il sistema elettorale è stato modificato in modo tale da favorire il partito di governo, riducendo la competitività del sistema politico. Pur mantenendo elezioni regolari, la possibilità di un’effettiva alternanza si è progressivamente indebolita, trasformando la competizione politica in un meccanismo asimmetrico.
3.2 Controllo dei media e trasformazione dello spazio pubblico
Un elemento centrale nella trasformazione illiberale ungherese riguarda il controllo dell’informazione. Il governo ha progressivamente esteso la propria influenza sui principali mezzi di comunicazione, sia attraverso interventi normativi sia tramite la creazione di un sistema mediatico favorevole all’esecutivo.
La concentrazione dei media ha avuto un impatto diretto sulla qualità del dibattito pubblico. La pluralità delle fonti informative si è ridotta, mentre i contenuti diffusi tendono a riflettere la linea politica del governo. In questo contesto, la capacità degli elettori di accedere a informazioni indipendenti risulta limitata, con conseguenze rilevanti sulla formazione dell’opinione pubblica.
Inoltre, l’uso strategico dei social media da parte di Viktor Orbán ha contribuito a rafforzare la personalizzazione del potere, consentendo una comunicazione diretta e continua con l’elettorato. Questo fenomeno si inserisce in una più ampia dinamica di disintermediazione, in cui i tradizionali corpi intermedi perdono rilevanza a favore di un rapporto diretto tra leader e cittadini.
3.3 Limitazione dei diritti e delle libertà fondamentali
Accanto al controllo dei media, il sistema ungherese ha conosciuto una progressiva restrizione dei diritti civili e politici. Diverse politiche adottate dal governo hanno inciso su ambiti sensibili quali la libertà di espressione, i diritti delle minoranze e l’autonomia del sistema educativo.
Particolarmente significativa è stata l’introduzione di normative che hanno colpito la comunità LGBTQ+, limitando la diffusione di contenuti ritenuti “non conformi” ai valori tradizionali promossi dal governo. Tali interventi sono stati spesso giustificati attraverso un discorso politico incentrato sulla difesa della famiglia, della nazione e dell’identità culturale.
Allo stesso tempo, il sistema educativo è stato oggetto di un crescente intervento statale, con l’obiettivo di orientare i contenuti dell’insegnamento e rafforzare il controllo politico sulle istituzioni scolastiche. Questo processo ha suscitato proteste da parte di insegnanti e studenti, evidenziando tensioni tra società civile e governo.
3.4 Indebolimento della società civile e dell’opposizione
Un ulteriore elemento caratterizzante del modello ungherese è rappresentato dalla debolezza della società civile e dalla marginalizzazione dell’opposizione politica. Le organizzazioni indipendenti, comprese alcune ONG, hanno incontrato crescenti difficoltà operative, spesso a causa di restrizioni normative o pressioni politiche.
In parallelo, l’opposizione politica si è trovata in una posizione di svantaggio strutturale, dovuta non solo alle modifiche del sistema elettorale, ma anche alla ridotta visibilità mediatica e alla difficoltà di mobilitare consenso in un contesto altamente polarizzato.
Questo squilibrio ha contribuito a consolidare il potere del partito di governo, riducendo la competizione politica effettiva pur in presenza di istituzioni formalmente democratiche.
3.5 Personalizzazione del potere e logica illiberale
Nel complesso, il sistema politico ungherese mostra una crescente personalizzazione del potere attorno alla figura di Viktor Orbán. Il leader non si limita a esercitare un ruolo istituzionale, ma diventa il punto di riferimento centrale dell’intero sistema politico, rafforzando una dinamica tipica dei regimi illiberali.
Questo modello si fonda su una combinazione di legittimazione elettorale e controllo delle istituzioni, in cui il consenso popolare viene utilizzato per giustificare la riduzione dei vincoli liberali. In tal senso, il caso ungherese conferma l’ipotesi teorica secondo cui la democrazia può sopravvivere nella sua dimensione procedurale anche in assenza di un solido impianto liberale.
4. Cultura politica e radici dell’illiberalismo in Ungheria
L’analisi del caso ungherese non può essere considerata completa senza prendere in esame il ruolo della cultura politica. Se le trasformazioni istituzionali descritte nella sezione precedente spiegano “come” il sistema sia diventato illiberale, la cultura politica contribuisce a chiarire “perché” tali cambiamenti abbiano trovato consenso e stabilità nel tempo. In questa prospettiva, il caso ungherese non appare come una semplice deviazione contingente, ma come l’esito di dinamiche storiche e sociali più profonde.
4.1 Cultura politica e comportamento collettivo
La cultura politica può essere definita come l’insieme di valori, credenze, atteggiamenti e modelli di comportamento che orientano il rapporto tra cittadini e sistema politico. Essa rappresenta la dimensione “invisibile” della politica, ma allo stesso tempo ne costituisce una componente fondamentale, influenzando la stabilità delle istituzioni e la qualità della democrazia.
Nel caso ungherese, la cultura politica si è sviluppata in modo peculiare, caratterizzata da una debole interiorizzazione dei valori liberal-democratici e da una limitata fiducia nelle istituzioni. Questo elemento è cruciale: anche in presenza di istituzioni formalmente democratiche, l’assenza di una cultura politica coerente con tali principi può ostacolare il consolidamento della democrazia.
4.2 Discontinuità storica e fragilità democratica
Uno dei tratti distintivi della storia politica ungherese è rappresentato dalla frequente discontinuità dei regimi. Nel corso del XX secolo, il paese ha attraversato numerose trasformazioni politiche, spesso rapide e traumatiche, che hanno impedito la formazione di una tradizione democratica stabile.
Questa instabilità ha prodotto una società poco radicata nei valori della partecipazione e del pluralismo, contribuendo a generare atteggiamenti di passività politica e scarsa fiducia nella possibilità di influenzare le decisioni pubbliche. In tale contesto, il passaggio a un sistema democratico dopo il 1989 non ha comportato automaticamente l’interiorizzazione dei principi liberali, ma ha piuttosto lasciato spazio a interpretazioni alternative della democrazia.
4.3 Polarizzazione e debolezza della società civile
Un ulteriore elemento rilevante è la forte polarizzazione politica che caratterizza la società ungherese. La contrapposizione tra schieramenti politici non si limita alla competizione elettorale, ma si estende a una divisione profonda della società, in cui il confronto politico tende a trasformarsi in conflitto identitario.
Questa polarizzazione si accompagna alla debolezza della società civile, intesa come insieme di organizzazioni autonome in grado di mediare tra cittadini e istituzioni. In assenza di corpi intermedi solidi, il rapporto tra individuo e Stato tende a essere diretto, favorendo dinamiche di leadership personalizzata e riducendo gli spazi di partecipazione autonoma.
La combinazione di polarizzazione e debolezza della società civile crea condizioni favorevoli all’affermazione di modelli politici accentrati, in cui il consenso si costruisce più attraverso la mobilitazione emotiva che tramite il dibattito razionale.
4.4 Continuità culturali e legittimazione dell’illiberalismo
Accanto alla discontinuità istituzionale, esistono anche elementi di continuità nella cultura politica ungherese. Tra questi, assume particolare rilievo una tradizione di forte centralità dello Stato e una certa predisposizione ad accettare forme di autorità politica accentuata.
Questi fattori contribuiscono a spiegare perché il modello promosso da Viktor Orbán abbia trovato un consenso significativo. L’illiberalismo, in questo senso, non si presenta necessariamente come una rottura radicale, ma può essere percepito come coerente con alcune aspettative e orientamenti già presenti nella società.
Inoltre, il ricorso a elementi simbolici – come il richiamo alla tradizione, alla nazione e ai valori cristiani – rafforza la legittimazione del sistema politico, creando un legame identitario tra governo e cittadini. Questo tipo di legittimazione va oltre la dimensione puramente elettorale, contribuendo alla stabilità del regime.
4.5 Cultura politica e sostenibilità del regime illiberale
Alla luce di quanto esposto, appare evidente che la cultura politica svolge un ruolo decisivo nella sostenibilità delle democrazie illiberali. Un sistema politico può modificare rapidamente le proprie istituzioni, ma il cambiamento culturale richiede tempi molto più lunghi. Come sottolineato in letteratura, mentre le riforme politiche possono avvenire in pochi anni, la trasformazione dei valori sociali richiede generazioni.
Nel caso ungherese, l’assenza di una cultura politica pienamente liberal-democratica ha facilitato l’emergere e il consolidamento di un sistema illiberale. Ciò non implica un determinismo culturale, ma evidenzia come le istituzioni democratiche, per funzionare efficacemente, necessitino di un contesto sociale che ne condivida i principi fondamentali.
5. L’Ungheria è ancora una democrazia?
Alla luce del quadro teorico e dell’analisi empirica sviluppati nelle sezioni precedenti, il caso ungherese pone una questione centrale: è ancora corretto definire l’Ungheria una democrazia, oppure ci troviamo di fronte a una forma di regime qualitativamente diversa?
5.1 Democrazia procedurale vs democrazia sostanziale
Una prima possibile risposta dipende dalla definizione adottata di democrazia. Se si assume una concezione strettamente procedurale, fondata sulla presenza di elezioni libere e competitive, l’Ungheria può ancora essere classificata come una democrazia. Le elezioni continuano a svolgersi regolarmente e il governo mantiene una legittimazione derivante dal consenso popolare.
Tuttavia, questa interpretazione risulta limitata. Come evidenziato nel quadro teorico, la democrazia liberale non si esaurisce nel momento elettorale, ma richiede anche il rispetto dello Stato di diritto, la separazione dei poteri e la tutela dei diritti fondamentali.
Nel caso ungherese, tali elementi appaiono significativamente indeboliti: il controllo dei media, la marginalizzazione dell’opposizione e la concentrazione del potere esecutivo riducono la qualità della competizione politica. Di conseguenza, pur in presenza di elezioni formali, il sistema non garantisce condizioni pienamente eque, mettendo in discussione la sua natura democratica in senso sostanziale.
5.2 Il concetto di regime ibrido
Per superare questa dicotomia, parte della letteratura propone di classificare sistemi come quello ungherese come regimi ibridi. Questa categoria intermedia consente di cogliere la coesistenza di elementi democratici e autoritari, evitando classificazioni rigide.
Nel caso dell’Ungheria, il sistema presenta caratteristiche tipiche sia delle democrazie (elezioni, pluralismo formale) sia dei regimi autoritari (controllo dell’informazione, limitazione dei diritti, concentrazione del potere). Questa combinazione produce un equilibrio instabile, in cui la dimensione democratica sopravvive, ma viene progressivamente svuotata di contenuto.
In tale prospettiva, la nozione di democrazia illiberale non rappresenta una contraddizione in termini, ma descrive una trasformazione concreta dei sistemi politici contemporanei. Essa evidenzia come la democrazia possa essere reinterpretata in senso maggioritario, riducendo il ruolo delle garanzie liberali.
5.3 Legittimazione elettorale e concentrazione del potere
Un elemento centrale del modello ungherese è l’uso della legittimazione elettorale come strumento di giustificazione politica. Il governo guidato da Viktor Orbán rivendica il proprio mandato democratico per sostenere riforme che limitano i vincoli istituzionali.
Questo meccanismo evidenzia una tensione intrinseca tra maggioranza e diritti: se la volontà della maggioranza viene considerata assoluta, i limiti costituzionali possono essere percepiti come ostacoli illegittimi. In questo senso, il caso ungherese richiama il rischio della “tirannia della maggioranza”, già individuato nella teoria politica classica.
La concentrazione del potere non avviene quindi in opposizione alla democrazia, ma attraverso una sua reinterpretazione. Il risultato è un sistema in cui il consenso elettorale non funge più da strumento di controllo del potere, ma da mezzo per rafforzarlo.
5.4 Il ruolo della cultura politica nella ridefinizione democratica
La sostenibilità di questo modello è strettamente legata alla cultura politica, come evidenziato nella sezione precedente. L’assenza di una forte tradizione liberal-democratica e la presenza di valori orientati alla stabilità e all’autorità contribuiscono a rendere socialmente accettabile la trasformazione illiberale.
In questo contesto, la riduzione delle garanzie liberali non viene necessariamente percepita come una perdita, ma può essere interpretata come un rafforzamento dell’efficacia del governo. Ciò dimostra che la definizione di democrazia non è solo una questione istituzionale, ma anche culturale e normativa.
5.5 Crisi o trasformazione della democrazia?
Il caso ungherese solleva infine una questione più ampia: ci troviamo di fronte a una crisi della democrazia liberale o a una sua trasformazione?
Da un lato, si può sostenere che l’illiberalismo rappresenti una regressione rispetto agli standard democratici consolidati, segnando un indebolimento delle istituzioni e dei diritti. Dall’altro, è possibile interpretarlo come una forma alternativa di organizzazione politica, che riflette mutamenti sociali e culturali più profondi.
In ogni caso, l’esperienza ungherese mette in discussione l’idea che il modello liberal-democratico costituisca l’esito inevitabile dei processi di democratizzazione. Al contrario, essa dimostra che la democrazia può assumere forme diverse, alcune delle quali si collocano ai confini tra pluralismo e autoritarismo.
6. Conclusione
L’analisi sviluppata nel presente lavoro ha evidenziato come il caso ungherese rappresenti un esempio paradigmatico della trasformazione contemporanea dei sistemi democratici. A partire dalla distinzione teorica tra democrazia e liberalismo, è emerso come la presenza di elezioni, pur costituendo un elemento essenziale, non sia sufficiente a garantire la qualità democratica di un regime.
L’esame empirico dell’Ungheria ha mostrato come, sotto la guida di Viktor Orbán, il sistema politico abbia mantenuto una struttura formalmente democratica, ma abbia progressivamente ridotto i meccanismi di controllo e le garanzie tipiche del liberalismo costituzionale. Il controllo dei media, la limitazione del pluralismo politico e la concentrazione del potere esecutivo hanno contribuito a ridefinire l’equilibrio istituzionale, trasformando la competizione politica in un processo sempre meno equo.
Parallelamente, l’analisi della cultura politica ha messo in luce come tali trasformazioni non possano essere spiegate esclusivamente in termini istituzionali. Fattori quali la debolezza della società civile, la polarizzazione e la discontinuità storica hanno creato un contesto favorevole all’affermazione di un modello illiberale, contribuendo alla sua legittimazione sociale.
Alla luce di questi elementi, la tesi sostenuta trova conferma: l’Ungheria non può essere pienamente classificata come una democrazia liberale, ma neppure come un regime autoritario in senso tradizionale. Essa si configura piuttosto come un sistema ibrido, in cui la legittimazione elettorale coesiste con un progressivo svuotamento dello Stato di diritto. Questo caso dimostra che la democrazia, se ridotta alla sola dimensione procedurale, può diventare compatibile con forme di governo che limitano significativamente diritti e libertà.
Le implicazioni di questa analisi vanno oltre il contesto ungherese. L’emergere delle democrazie illiberali suggerisce che il modello liberal-democratico non rappresenta un esito inevitabile dei processi di democratizzazione, ma una configurazione storicamente contingente, che può essere messa in discussione da dinamiche politiche, economiche e culturali. In questo senso, il caso ungherese invita a ripensare criticamente le categorie tradizionali della teoria politica, ponendo l’attenzione sulla necessità di integrare dimensioni istituzionali e culturali nell’analisi della democrazia.
In conclusione, la sfida posta dall’illiberalismo non consiste soltanto nella difesa delle istituzioni democratiche esistenti, ma nella comprensione delle condizioni che ne rendono possibile il funzionamento. Solo attraverso un rafforzamento congiunto delle garanzie istituzionali e della cultura politica sarà possibile preservare la sostanza della democrazia oltre la sua forma elettorale.
Con le nuove elezioni e la vittoria di Magyar, tutto questo cambierà? Ai posteri l’ardua sentenza
Fonti :
1. KATALIN EGRESI, Professoressa associata di Teoria dello Stato e Diritto – Széchenyi István University (Győr, Ungheria).
DEMOCRAZIA INTERROTTA. LA DEMOCRAZIA ILLIBERALE IN Ungheria. DAL PUNTO DI VISTA DELLA CULTURA POLITICA in NOMOS le attualità del diritto.
2. La democrazia “illiberale”: il modello di democrazia “sovrana” in Russia e di democrazia “cristiana” in Ungheria.
Origini, similitudini e divergenze.
Federico DelfinoDottorando in Scienze politiche, DISPO, Università di Genova. Citazione consigliata: F. Delfino, La democrazia “illiberale”: il modello di democrazia “sovrana” in Russia e di democrazia “cristiana” in Ungheria. Origini, similitudini e divergenze, in Nuovi Autoritarismi e Democrazie (NAD), n.2/2019, pp.46-60. Testo consegnato alla redazione in data 14 ottobre 2019 e rivisto in data 23 novembre 2019.
3. Orbanismo. Dalla democrazia liberale alla tirannia di Ágnes Heller (Autore) , Massimo De Pascale (Traduttore) , Federico Lopiparo (Traduttore) Castelvecchi, 2020