Citando Gilles Deleuze, la comunicazione eccessiva tipica della nostra epoca Post Moderna, ostacola la creazione, trasformando la libertà di espressione in una costrizione a parlare continuamente. La vera resistenza al presente risiede nel diritto al silenzio e alla solitudine, unici spazi in cui può nascere un pensiero autentico e raro. Il testo è un estratto di “Che cos’è la filosofia?” di Deleuze, libro scritto nel 1991 insieme a Guattari.

La filosofia – affermano Deleuze e Guattari – è creazione di concetti che il filosofo non possiederà mai, ma di cui sarà l’”amico”. Non ci si interroga dunque sulla filosofia per assegnarle un ruolo o delle competenze, ma per mostrare come ogni domanda sulla filosofia sia una domanda posta alla filosofia, e come quest’ultima sia una ricerca in continuo divenire negli atti stessi che la instaurano.
Da qui il tono paradossale di questo libro, il cui aspetto saliente è la vena pedagogica dei suoi autori, il loro procedere per exempla fingendo di mimare, fin dal titolo, il linguaggio dei manuali a uso universale. Da qui anche la folla di volti, di nomi e di eventi suscitata da questo libro. Chi è ad esempio il pedagogo che ci viene incontro fin dal titolo, come l’ombra eterna e il doppio del filosofo?
Deleuze e Guattari si inoltrano nell’impresa impossibile di insegnare una filosofia “da fare”. Dove ciò che viene chiamato “discussione” non è confronto su un problema, ma il problema stesso in divenire, in movimento.
E il filosofo si configura esclusivamente come l’involucro del suo principale personaggio concettuale e di tutti gli altri, che sono gli intercessori, i veri soggetti della filosofia. Il personaggio concettuale è dunque, al tempo stesso, ciò che precede e ciò che “succede” al filosofo, in altre parole: il suo orizzonte.
« Non ci manca certo la comunicazione, anzi ne abbiamo troppa; ci manca la creazione. Ci manca la resistenza al presente. Siamo pervasi di parole inutili, di una quantità folle di parole e di immagini. La stupidità non è mai muta né cieca. Il problema non è più quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire. Le forze della repressione non impediscono alla gente di esprimersi, al contrario la costringono ad esprimersi. Dolcezza di non aver nulla da dire, diritto di non aver nulla da dire: è questa la condizione perché si formi qualcosa di raro o di rarefatto che meriti, per poco che sia, d’esser detto.»
G. Deleuze, “Che cos’è la filosofia?”