NAZA: la realtà del male

Di Matteo Mulè 

 

NAZA, una parola ebraica per definire le vittime collaterali innocenti di un attacco militare per eliminare un obiettivo dell’IDF. Ogni volta che vi è un bombardamento per colpire un membro di Hamas a Gaza, nascosto in qualche edificio, l’intelligence israeliana segnala i civili che potrebbero essere coinvolti nell’assalto. Uno, due, tre, dieci, venti, cinquanta, cento, cinquecento e via dicendo. Le mie non sono iperboli ed esagerazioni per drammatizzare i fatti, ma è la realtà che emerge dalle interviste ai soldati dell’IDF.

Facciamo un passo indietro.

Oltre che essere una parola ebraica, NAZA è il titolo di un documentario realizzato dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, i quali ricostruiscono i sistemi di pianificazione degli attacchi aerei sulla Striscia di Gaza seguiti come risposta al terribile attentato del 7 ottobre 2023 organizzato dalla milizia terroristica di Hamas, in cui 1200 ebrei persero la vita e 250 vennero rapiti. L’intero progetto documentaristico è finanziato dal giornale britannico The Guardian. Le interviste raccolte, sopra i tetti di Tel Aviv, vengono fornite da circa 24 militari israeliani, per lo più membri dell’intelligence, ma anche soldati operativi sul campo. Nella prima parte della pellicola, tecnici e informatici dell’esercito israeliano raccontano come funzioni il sistema di identificazione dei membri di Hamas e la loro successiva eliminazione tramite bombardamenti aerei. Attraverso il modello di intelligenza artificiale LAVENDER, i tecnici dell’IDF possono tracciare la posizione del telefono di un soldato di Hamas con una precisione dell’85%. Inoltre, sono capaci di entrare nei cellulari delle persone a lui vicine, ascoltarne le conversazioni, guardare le foto e sapere cosa stanno facendo in quel preciso momento. Sembra fantascienza, ma non lo è. La guerra è sempre più tecnica e non puoi fuggire da un nemico così attrezzato. Compreso dove si possa trovare più o meno un membro di Hamas, il soldato dell’intelligence segnala la presunta posizione dell’obiettivo ai membri dell’aeronautica, i quali fanno poi partire il bombardamento. Presunta posizione appunto non precisa, perché in queste segnalazioni vi è un margine di errore del 15% e talvolta si distruggono aree intere in cui non sono presenti membri di Hamas, ma questo non importa. Il membro dell’intelligence, oltre a fornire la posizione nel palazzo (ad esempio, settimo piano lato sud) segnala i civili che verranno coinvolti nell’attacco, ovvero i NAZA. Il numero può variare, come osservato, dalle semplici decine alle centinaia di vittime, questo non cambierà la decisione dei vertici militari israeliani, i quali approveranno all’unanimità ogni singolo bombardamento. È chiaro come il nemico non sia solo Hamas, di cui non si vuole negare la brutalità e il suo essere un’organizzazione terroristica, ma l’intera popolazione di Gaza.

Questo è, in poche parole, il sistema LAVENDER signori miei! Una sorta di videogioco, in cui, tramite la pressione di un semplice pulsante, si possono fare saltare in aria interi complessi residenziali. 

Il regista, mentre ascolta le diverse testimonianze, non può esimersi dal rivolgere, ogni tanto, ai tecnici intervistati domande che possono sembrare banali, ma nel contesto non lo risultano affatto. «Ti senti responsabile per quelle morti innocenti?»; «Cosa provavi vedendo quelle macerie?»; «Perché, pur sapendo dei NAZA coinvolti, hai dato l’informazione all’aereonautica?».

Le risposte sono varie, alcuni dicono: «Sembra di giocare ad un videogame»; «Se non l’avessi fatto io, l’avrebbe fatto qualcun’altro»; «Sono solo un tecnico, non quello che ha sganciato le bombe». La risposta, comunque, più comune e che viene ripetuta, più o meno da tutti, rimane: «Sono un soldato, ho solo eseguito gli ordini». Il soldato perfetto, colui che agisce macchinalmente senza porsi domande o dubbi del suo agire, non è altro che la realizzazione di ciò che Hitler e i suoi compagni si auspicavano. Non è un caso, forse, che questo tipo di risposta venga data dai nazisti durante il processo di Norimberga per esonerarsi dalle responsabilità legate ai crimini dell’Olocausto. Lo stato di Israele (il progetto sionista) punta alla creazione di una società che non fa domande composta da cittadini silenziosi e obbedienti, dediti all’azione e non al pensiero. Chi comanda pensa e pianifica, chi sta sotto agisce e sta zitto. L’impersonalità è il principio cardine attorno al quale si può costruire uno stato tecnocratico, efficace ed efficiente . Il male fatto passare per bene, il concetto di nemico esteso a tutti coloro che sono diversi da me e la pensano differentemente.

È chiaro, ancor prima della pubblicazione di questo documentario, come l’obiettivo di Israele sia la conquista di Gaza, a prescindere dalla eliminazione di Hamas.

Netanyahu e il suo governo hanno venduto al popolo israeliano il progetto del Grande Israele, i cui confini partono dal Mar Mediterraneo e si estendono alle porte dell’Iraq. La Bibbia (l’Antico Testamento) viene assunta come testimone storico (anche se è un testo religioso) per giustificare le conquiste delle terre. I primi a fomentare l’antisemitismo non sono gli europei, parte degli americani e gli occidentali, ma sono le stesse élites israeliane che vogliono diffondere quest’atmosfera di odio nei loro confronti, per alimentare la paura all’interno di Israele e giustificare la guerra come forma di difesa della loro identità. Giocare la carta del vittimismo, legato alla Shoah, permette loro di agire quasi indisturbati, con la comunità internazionale interdetta dal prendere qualsiasi decisione e azione concreta . Pur essendoci un mandato di arresto emanato dal tribunale dell’Aia, nessuno Stato occidentale si è permesso di catturare il leader israeliano, il quale continua a viaggiare tranquillamente e a incontrare capi di stato (anzi, ha eseguito il suo intervento all’ONU senza alcun problema). Una piccola digressione per comprendere la forza e l’influenza di Israele nel mondo, il cui controllo finanziario e sulla cybersicurezza nel mondo occidentale è tale da garantirgli l’impunità. L’economia controlla la politica, ma questo già da molto tempo.

I soldati israeliani, nel prosieguo della pellicola, evidenziano come la loro educazione sia costruita attorno all’odio nei confronti del mondo arabo e della religione islamica.

Ribadisco: Israele aveva il dovere e il diritto di difendersi da Hamas e cercare giustizia, ma è ovvio che si sia andati oltre, coinvolgendo chi non è responsabile. Per fortuna, probabilmente, di fronte alla brutalità e all’efferatezza delle morti degli innocenti, soprattutto bambini, alcuni di questi abbiano avuto qualche remora e si siano ricordati di essere umani, non macchine.

Le storie successive alla definizione del sistema LAVENDER risultano ancora più cruenti. Non le racconterò tutte. Riporterò ciò che mi ha scioccato e colpito maggiormente, anche perché il mio auspicio è che questo film venga visto da molti. Tra queste di certo non si può ignorare la storia del cecchino. Una vicenda cruenta, raccontata con quella freddezza tipica di una macchina da lasciare lo spettatore senza parole. Questo tiratore scelto spiega come venivano distribuiti i viveri all’interno della Striscia di Gaza.

I palestinesi dovevano mettersi in fila, ordinati e recarsi al punto di raccolta e distribuzione gestito dall’IDF, il quale si trovava dopo un ponte. Le provviste erano scarse, non bastavano per sfamare tutti e diverse persone si staccavano dalla fila per cercare di arrivare prima. Il compito dei cecchini era di eliminare, non spaventare, coloro che si allontanavano dalla coda. Anziani, donne, bambini: non faceva alcuna differenza. Gli ordini erano chiari. Come racconta il cecchino, tra i membri della squadra nasceva una sorta di competizione, una gara. L’obiettivo era di colpire più persone possibili, i bambini davano più punti, perché veloci e difficili da colpire. Una storia paradossale, dal carattere sadico, ma vera nella sua crudità.

Il documentario, difatti, si caratterizza anche per la sua forma ambigua, dall’alternarsi di queste interviste realizzate sopra i tetti di una pacifica Tel Aviv. L’atmosfera della città israeliana è silenziosa, mite, come se il paese non fosse affatto in guerra e il fronte non distasse solo 60 km.

Spesso i registi inquadrano le finestre degli appartamenti di fronte a loro, cogliendo quei momenti tipici di una vita normale: c’è chi guarda la televisione, chi cena con la propria famiglia, chi legge un libro, chi va in palestra oppure esce con gli amici. È incredibile pensare come queste stesse persone, direttamente o indirettamente , stiano supportando una guerra a pochi chilometri da loro. A questa pace si contrappongono la morte, la miseria, la disperazione dei palestinesi che non hanno più nulla e hanno perso tutto. Per un’affollata e luminosa Tel Aviv (anch’essa edificata sulle rovine di insediamenti palestinesi) vi è per contrasto una deserta e buia Gaza City.

La vita va avanti!

Spesso si pensa che chi compia il male sia un mostro, un qualcosa di così abietto che vive in un luogo spaventoso, al buio, lugubre, lontano da tutto e tutti. Ma non è così. A realizzare il male sono sempre stati e sempre saranno degli esseri umani, uomini con le nostre stesse sembianze. Persone che si alzano la mattina e vivono una vita normale. Eppure, sono anche capaci di depredare, uccidere, pianificare stermini di massa.

Perché si arriva a queste situazioni estreme?

Perché nessuno ha avuto il coraggio di alzare la voce e di opporsi, di ricordare a tutti cosa significhi essere un umano.

Molti alla lentezza e alla complicatezza dell’amore e del pensiero, preferiscono la banalità e la velocità dell’odio. Il male è come una malattia, un virus che si diffonde facilmente nelle menti e nei cuori delle persone se lasciato libero di circolare. È giusto domandarsi: che cosa possiamo fare noi? Dobbiamo, credo, avere sempre la forza e il coraggio di raccontare la realtà nella sua interezza, senza cercare giustificazioni al nostro agire, specialmente quando facciamo danno ad altri. Alziamo la voce quando vediamo l’ingiustizia e prendiamo una posizione netta, anche se questo può turbare la comodità alla quale siamo abituati. Torniamo a mettere al centro della nostra vita l’attività del pensiero e degli ideali, non la passività di Netflix. Siamo esseri capaci di compiere il sommo bene, ma anche il dannato male. Nessuno è moralmente migliore; c’è chi, ogni tanto, si ricorda di essere umano e si auspica che ciò che non vorrebbe che fosse fatto a lui venisse fatto ad altri. Probabilmente questi soldati israeliani se ne sono ricordati e il loro coraggio va ammirato.

Homo sum, humani nihil a me aliuenum puto.

Conclusa la visione del documentario, regna il silenzio. Nessuno a voce, nessuno prende parola. La gente si alza e se ne va. C’è chi fuma una sigaretta, c’è chi prova a sviluppare un primo pensiero. È chiaro lo stato emotivo del pubblico. Credevamo che i genocidi, le uccisioni senza se e senza ma fossero finite negli anni ‘40, eppure…eccoci di nuovo qua.

Non sorprendiamoci: il silenzio è giusto quando si è sconvolti. È vero che alla tempesta segue sempre la quiete, ma noi ora dobbiamo fare il contrario. Il male, se lasciato proliferare, vincerà sempre. Diamo voce a chi non ne ha e facciamoci sentire.

 

Se questo è un uomo 

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo che lavora nel fango che non conosce pace che lotta per mezzo pane che muore per un si o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome senza più forza di ricordare vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi, alzandovi. Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.

 

Primo Levi 

 

 

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