* Di Venceslav Soroczynski
Facciamo finta che un omino verde proveniente da un’altra galassia, o da una più ecologica dimensione, atterri in uno dei nostri giardini e trovi gente col libro in mano. Incuriosito, potrebbe chiedere: “Date anche a me qualcosa da leggere?” Superato noi il comprensibile stupore dovuto all’inattesa immigrazione e al fatto che questo qui, appena arrivato, vuole leggere (il che conferma che è extra-terrestre), ci porremmo il problema di cosa prestargli di rappresentativo del genere umano.
Se è atterrato nel c.d. Occidente, la cosa che viene più naturale per individuare il libro giusto è cercare ne “Il canone occidentale”, scritto da Harold Bloom. Nonostante alcune diatribe sulla pretesa validità universale di questo volume – fra le quali spicca l’inclusione di Freud, nei 26 autori più importanti, e l’esclusione di Dostoevskij – quel volume ci è certamente di aiuto. Soprattutto perché afferma che il centro della letteratura occidentale è William Shakespeare.
Se allora consegniamo all’e.t. l’Amleto, lo straniero penserà di essere atterrato su un pianeta non proprio gradevole: cos’altro potrebbe concludere, dopo aver appreso che un uomo assassina suo fratello nel sonno per togliergli il regno e la moglie? E che il figlio della vittima vuole uccidere l’assassino, il quale, per precauzione, trama di eliminare anche il discendente del morto? Insomma, se, giunto a metà libro, ci dicesse “Scusate, ho un impegno sulla Grande Nube di Magellano e devo lasciarvi”, lo giustificheremmo e l’accompagneremmo alla rampa di partenza.
Mentre la NASA lo insegue per vedere se ha riserve di oro a bordo, o se nel suo pianeta c’è petrolio da scambiare con democrazia, noi lo guardiamo allontanarsi e ci distendiamo sul prato con il libro in mano. E, dopo quattrocento anni, leggendo, ci divertiamo ancora, perché nello stesso testo troviamo tragedia e ironia talmente nuove e ben integrate da farci rabbrividire e sorridere nella stessa pagina. Non è solo questo che intimamente ammiriamo, che ci fa sentire osservati nelle pagine di questo Autore. C’è qualcos’altro che non comprendiamo nitidamente e che, pure, probabilmente percepiamo solo nell’inconscio. Ce lo suggerisce Bloom: Shakespeare ha inventato il dialogo dell’uomo con se stesso. I suoi personaggi “si origliano mentre parlano da soli o con altri. Questo modo di autoascoltarsi è la via principale all’individualizzazione”.
Solo brividi e niente ironia nel “Giulio Cesare”, in cui si narra, in sei giorni, tre anni della storia di Roma – oppure l’intera vita dell’uomo sulla terra, poiché è di sopraffazione e congiura, di amicizia e lealtà, di sopravvivenza e potere che qui si parla. E sappiamo bene che non di altro si occupa l’uomo, dalla scimmia (esclusa) in poi: se infatti sostituiamo al pugnale il drone, al veleno il cercapersone esplosivo, ai cavalli i carri armati, la sua lezione è ancora perfettamente valida. E, come al solito, per tenerla, l’Autore usa cento pagine e non una parola di troppo, né una mancante.
Eppure tutto sembra svolgersi in un solo giorno, nel quale ogni personaggio deve spostare un peso gravissimo; a ogni movimento della lingua, a ogni elaborazione del pensiero, si sta giocando tutta l’esistenza. O, nei casi meno impegnativi, la conquista o la perdita di un impero. L’azione dei tre protagonisti – Bruto, Antonio, Cesare – e dei loro comprimari, nel dipanarsi dell’intreccio che li lega per la vita e nella morte, dimostrano che la letteratura è sempre un passo indietro rispetto al teatro, poiché di questo non possiede l’immediatezza, la sonorità, la rappresentatività, la tridimensionalità, che quella deve sostituire con la cosa onerosa, e talvolta offensiva, che sono le maledette spiegazioni. Spiegazioni in cui hanno incespicato scrittori da Nobel, ma l’Inglese mai. Ogni suo teatro configura tutte le vite; a ogni sua battuta, si scava dentro a un uomo e si scava un letto eterno per ogni uomo. Prima di ogni battuta, c’è l’attesa di una svolta definitiva; dentro ogni battuta, c’è un edificio di significati; dopo ogni battuta, c’è la consumazione di una catastrofe.
Il passaggio più atteso dell’opera è l’epilogo di sangue alla fine della tragedia, ma il punto di maggior tensione narrativa, il brano che più fa battere i cuori è il discorso funebre tenuto da Marco Antonio. Qui, il chimico della parola che nell’Amleto aveva saputo creare brillanti molecole da atomi di vita comune, battute sarcastiche ed eventi mortali, si occupa di qualcos’altro: distillare vendetta nell’alambicco della retorica. Antonio, alla vista del cadavere di Cesare, alla presenza dei suoi assassini, si sottomette (o finge di farlo) a questi ultimi, soffoca le proprie emozioni, con l’intento nascosto, progettato ed eseguito come un assolo d’arte oratoria, di sollevare quelle dei Romani.
Gli viene concesso di parlare a due condizioni: che non biasimi i congiurati e che parli solo dopo Bruto. Egli le accetta entrambe ma, mentre alla seconda soggiace, alla prima lo fa solo formalmente e, nel discorso che pronuncia dopo aver condotto personalmente il corpo di Cesare alla vista dei romani, con l’uso delle parole e del tono – perché, credetemi, anche solo a leggerlo quel tono, lo udirete – rivolge il popolo romano contro i traditori. Il suo ordigno linguistico esplode e dà l’avvio alla funambolica trama che si innesca con la fuga dei cospiratori.
Da quel punto in poi, il testo, come un arpeggio, disegna un’azione che punta al termine delle cose, fissa le scadenze, fa presentire tutte le rese dei conti, con tesissimi dialoghi arreda i multipli mortali epiloghi. Ogni scena materializza richiami storici e destini individuali. E, come in tutto Shakespeare, ogni battuta ha il peso dell’uranio; da un sostantivo dipende una vita; a un verbo è appeso un esercito. A ogni proposizione, il nostro immaginario si carica come una molla. Richiama concetti, erige costruzioni e le fa brillare subito dopo. Il testo del Cesare di Shakespeare si moltiplica nel lettore.
Le parole dell’Antonio di Shakespeare non ricalcano quelle pronunciate dal personaggio storico, ma suonano così alte e potenti, che ho voluto digitarle sulla tastiera, come per parteciparvi:
“Se avete lacrime, preparatevi a versarle. Tutti voi conoscete questo mantello […] Guardate, in questo punto è penetrato il pugnale di Cassio; guardate che squarcio ha fatto il perfido Casca; e per questo buco ha pugnalato il tanto amato Bruto e quando ha estratto il suo ferro maledetto, osservate come il sangue di Cesare l’ha inseguito, quasi precipitandosi all’aperto ad accertarsi se era stato Bruto o no a battere così snaturatamente, perché Bruto, come sapete, era l’angelo di Cesare. Giudicate voi, oh dèi, quanto caramente Cesare l’amava. Questo fu, di tutti, il taglio più crudele; perché quando il nobile Cesare lo vide vibrare il colpo, l’ingratitudine, più forte delle armi dei traditori, lo vinse del tutto; allora scoppiò il suo cuore possente e, coprendosi il volto col mantello, … il grande Cesare crollò e cadde. Oh, che caduta fu quella, miei concittadini! Allora io e voi e noi tutti quanti cademmo, mentre il tradimento sanguinario trionfava su di noi. Oh, ora voi piangete e sento che provate la forza della pietà. Queste sono lacrime giuste. Anime gentili, perché piangete solo a guardare la veste ferita del nostro Cesare? Guardate qui! (Solleva il lenzuolo e scopre il corpo di Cesare) Qui c’è il suo corpo, straziato dai traditori.”
– William Shakespeare, “La tragedia di Giulio Cesare”, vv. 166-194.