Nel 2013 Orthotes ha pubblicato un libro di Alessandra Granito che mette in dialogo due autori lontani per epoca e mestiere: Eugen Drewermann interprete di Kierkegaard. Il sottotitolo dichiara il programma, rileggere alla luce della psicoanalisi le quattro forme della disperazione descritte ne La malattia per la morte. Sono duecentosessantacinque pagine, e la maggior parte lavora per mettere il lettore nelle condizioni di capire che cosa Drewermann abbia fatto di Kierkegaard.

Il punto di partenza è una diagnosi. Caduta l’impalcatura metafisica della modernità, il soggetto che si credeva sovrano e autosufficiente si è scoperto fragile, eccentrico, diviso.
Kierkegaard aveva già un nome per questa frattura: disperazione, lo scarto tra ciò che si è e ciò che si pretende di essere. Chi non sopporta la propria insufficienza tenta di fondarsi da solo e intanto si chiude al rapporto con ciò che lo ha posto. Granito dedica tre capitoli su quattro a questo terreno. Parte dall’idea di edificante come scossa che mette in crisi le sicurezze di una fede borghese e rassicurata, poi ripercorre la dottrina dell’uomo come sintesi di finito e infinito, necessità e possibilità, e infine il passaggio dalla disperazione al peccato, inteso come volontà consapevole di restare lontani da Dio. Sono pagine chiare, utili a chi arriva a Kierkegaard senza troppa dimestichezza, anche se chi lo conosce vi troverà soprattutto un’esposizione ordinata.
L’ultimo capitolo è quello in cui entra Drewermann. Teologo e psicoanalista, legge la fenomenologia kierkegaardiana come una fenomenologia del profondo. L’uomo che ne esce è limitato, incompleto, schiacciato tra le pretese delle pulsioni, i rimproveri della coscienza morale e le esigenze del mondo esterno.
La disperazione nasce da un’angoscia elaborata male, e con l’aiuto del lavoro di Fritz Riemann sulle forme dell’angoscia Drewermann fa corrispondere alle figure di Kierkegaard quattro quadri clinici: depressione, schizoidia, nevrosi ossessiva e isteria. Qui sta la tesi più interessante del libro. Disperazione e nevrosi non sono incidenti né difetti di fabbrica, ma modi mutilati di esistere, tentativi di fuggire dalla libertà.
Le conclusioni allargano lo sguardo all’Occidente. Davanti alla mancanza di senso c’è chi gonfia il proprio io fino alla volontà di potenza e chi si arrende e si perde nella massa. Per Granito le nevrosi del nostro tempo sono invocazioni di senso, e per Drewermann la risposta non può venire da una psicoanalisi ripiegata su se stessa. Può venire solo da un abbandono fiducioso al Trascendente, perché l’uomo arriva a sé soltanto arrivando a Dio.
Resta una difficoltà di proporzioni, e il titolo la rende evidente.
Un libro che a Drewermann riserva un solo capitolo, proprio quello in cui però vi è più spazio e un confronto maggiormente critico. Anche la tesi finale merita una discussione che il libro lascia aperta.
Si può così accogliere la diagnosi, cioè che l’angoscia rimossa produca malessere, senza concludere che solo il Trascendente possa guarirla. Chi non condivide l’orizzonte religioso dell’autrice può comunque leggere queste pagine come un tentativo serio di non trattare la sofferenza psichica come un guasto da riparare in fretta.

Nell’immagine La zattera della Medusa (Le Radeau de la Méduse, 1819) di Théodore Géricault, conservato al Museo del Louvre di Parigi.