Carlo Michelstaedter e il «vuoto in ogni presente»

Carlo Michelstaedter (Gorizia 1887–Firenze 1910) fu un giovane filosofo italiano – studente a Firenze e poi autore di una tesi di laurea dal titolo Persuasione e Rettorica – la cui opera fu pubblicata postuma.

Egli fu influenzato da Leopardi, Platone, dai presocratici e da una critica del pessimismo schopenhaueriano. Michelstaedter concepiva la condizione umana moderna come dominata da bisogni inesausti e dalla paura della morte; la vera «salute» – termine che dà il titolo al suo Dialogo della salute – non è benessere fisico ma forza interiore di chi, vivendo nel presente, non dipende più da null’altro. Questo atteggiamento radicale ricorda, in anticipo, le riflessioni esistenziali di Heidegger sulla «cura» e l’«essere-per-la-morte»: come egli stesso scrive, «Chi vuol aver un attimo solo sua la vita… deve impossessarsi del presente; vedere ogni presente come l’ultimo».

Bisogno, possesso e vuoto esistenziale

Nel Dialogo della Salute – soprattutto nel dialogo tra Rico e Nino  – Michelstaedter mette in luce la condizione tragica dell’uomo «tristo» (cioè alienato). Rico afferma: «Tuo è ciò di cui non puoi fare a meno. Ma se tu non ne puoi fare a meno… tu dipendi da loro». In altre parole, possediamo davvero solo ciò di cui abbiamo bisogno, ed è proprio perché ne abbiamo bisogno che quei beni «ci hanno» e ci rendono dipendenti. Anche nei rapporti affettivi la logica non cambia: «E le persone care… ti sono necessarie e tu sei necessario a loro, ma il vostro amore… non c’è chi lo possa saziare».

L’amore condiviso resta quindi un bisogno reciproco senza appagamento definitivo: non basta la compenetrazione (baci, abbracci, ecc.) per eliminare il bisogno vicendevole.

Da questa premessa – che mette in crisi l’illusione di possesso stabile – nasce la concezione esistenziale espressa subito dopo: «Così ogni cosa è nostra solo perché ne abbiamo bisogno, solo perché ne usiamo… e mai abbiamo usato così delle cose della vita da non desiderare alcuna cosa, ma d’“aver la nostra vita in noi”». Il dialogo evidenzia il paradosso: nonostante l’uso continuo degli oggetti e delle relazioni, l’uomo non riesce mai a saziare il propriodesiderio. Anzi, «non possediamo mai la nostra vita, l’aspettiamo dal futuro» e la cerchiamo negli affetti e negli oggetti («cose che ci sono care perché ‘contengono per noi il futuro’»). Dunque anche proiettare la vita nel futuro lascia ogni presente «vuoto»: ogni attimo attuale è segnato dall’aspettativa insaziabile di ciò che ancora non è. Rico riassume questo stato dicendo che, quando cerchiamo la vita nel futuro, rimaniamo «avidi… affamati insaziabilmente» e «mancanti di tutto».

Infine, la riflessione di Rico giunge alla tragica conclusione: l’unica fine del nostro «gioco crudele» è la morte, che però non ci toglie nulla perché – a questo punto – «nulla abbiamo». Per l’uomo insoddisfatto «la morte è come un ladro che spogli un uomo ignudo»: non perdiamo ciò che abbiamo realmente, perché ciò che avevamo era sempre solo desiderio. Questa immagine cruda sottolinea la visione nichilistica che permea il brano: la vita ordinaria, dominata dal bisogno e dal desiderio continuo, non genera nulla di solido da trasmettere oltre la morte.

La vita nel presente e la «persuasione»

Michelstaedter contrappone radicalmente questa vita del bisogno a quella che chiama persuasione. Nella sua tesi afferma che solo chi vive per sé stesso, senza dipendere da nulla al di là di sé, possiede veramente «tutto in sé» e non chiede più nulla al futuro. Come scrive, «Colui che è per sé stesso… possiede tutto in sé». Al contrario, «la persuasione non vive in chi non vive solo di sé stesso».

Per il filosofo, la persona persuasa è colei che «vivrà in ultimo presente»: la sua intera vita è un attimo che si «fa fiamma» consumandosi. In tal modo, la morte non potrà portarle via nulla, poiché in lei «niente chiede più di continuare».

Michelstaedter individua un vero e proprio dovere etico nella scelta della persuasione. Egli paragona quest’atteggiamento a un’attività che «non chiede» e anzi «dà»: «Tutto dare e niente chiedere: questo è il dovere». In pratica, l’individuo persuaso sceglie di «dare la vita» a sé e agli altri ora, nel presente, anziché accettare la «vita illusoria» che eternamente rimanda se stessa nel futuro. Come scrive, non si deve dare agli uomini la consolazione illusoria («i mezzi a che chiedano ancora la vita»), ma «dar loro la vita ora, qui, tutta». Solo così il bisogno perde il suo potere schiavizzante. In sostanza, Michelstaedter insegna a «non chiedere ciò che non può esser dato»: non inseguire appagamenti futuri inesistenti (quest’ultimo concetto sintetizza bene il senso del dialogo).

Il pessimismo di Michelstaedter richiama certe suggestioni della tradizione culturale italiana. Nel Dialogo della salute Rico cita ad esempio Ugo Foscolo (dal Sepolcri) e l’Ecclesiaste («l’occhio non s’è mai stanco di vedere»), indicando proprio l’«amor di vita» senza fine descritta da questi autori. Le analogie con Leopardi emergono anch’esse (Michelstaedter infatti ammirava Leopardi e ne ricevette ispirazione). Tuttavia la «tragica saggezza» di Michelstaedter non è semplice disperazione: egli mantiene una sorta di fiducia (si è osservato che il suo pessimismo è al fondo un «ottimismo tragico») secondo cui solo abbandonando il cercare e affrontando coraggiosamente la propria finitezza si conquista una forma autentica di vita.

In sintesi, il brano esprime la condizione alienata dell’uomo moderno, «vuoto in ogni presente», sempre affamato di futuro e incapace di possedere realmente sé stesso. Michelstaedter invita invece a una rivoluzione interiore: riconoscere il bisogno insaziabile, ma scegliere di vivere pienamente l’istante presente, trasformando la paura della morte in coraggio esistenziale.

In questa prospettiva la «salute» filosofica è l’antidoto ai «baci e amplessi» che non saziano: soltanto nel presente posseduto e donato incondizionatamente – una vita in sé – la morte «nulla toglie», e l’uomo può infine essere padrone di sé e della propria libertà.

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