Oggi ricorre il 143° anniversario della nascita di John Maynard Keynes, nato a Cambridge il 5 giugno 1883. Un’occasione per riflettere su un pensatore che continua a sfidare le categorie con cui siamo abituati a leggere l’economia e la politica.
«Non so cosa sia che rende un uomo più conservatore: non conoscere nulla tranne il presente, o nulla tranne il passato». Questa frase, lapidaria e ironica come tutto ciò che Keynes scrisse, potrebbe valere come epigrafe non solo per i suoi avversari intellettuali, ma anche per certi suoi seguaci troppo frettolosi.
Un pensatore, non solo un economista
Keynes era prima di tutto un uomo di cultura nel senso più pieno del termine. Acquistava dipinti di Picasso e Renoir, frequentava Virginia Woolf e il gruppo di Bloomsbury, corrispondeva con presidenti e primi ministri. Come ha ricordato Alessandro Aresu in una recensione al monumentale Meridiano Mondadori curato da Giorgio La Malfa, Keynes condivideva con Churchill la capacità di «mobilitare la lingua inglese e mandarla in battaglia». Il suo stile non era un ornamento: era strumento di persuasione politica, arma intellettuale.
Questa doppia natura – teorico e uomo d’azione, accademico e funzionario pubblico – è forse la chiave per capire la sua straordinaria influenza. Keynes sapeva produrre, come sottolineava Robert Skidelsky, «appunti lucidi e vivaci» su richiesta. Ma sapeva anche costruire architetture teoriche destinate a durare decenni.
Il dialogo con Marx: affinità insospettate
Uno degli aspetti più fecondi del dibattito contemporaneo riguarda il rapporto tra Keynes e Marx. L’economista Marco Veronese Passarella, in un’intervista apparsa su Pandora Rivista, ha indicato con precisione i punti di contatto: entrambi leggono il capitalismo come un’economia monetaria di produzione, entrambi vedono nell’instabilità non l’eccezione ma la regola del sistema, entrambi considerano il tasso di interesse una variabile monetaria irriducibile alla semplice logica del mercato dei risparmi.
La differenza è normativa, non analitica. Keynes voleva salvare il capitalismo da se stesso. Marx voleva superarlo. Ma chi vuole capire l’uno non può ignorare l’altro. Come ha scritto Passarella: «Si può forse essere keynesiani ignorando il pensiero di Marx. Di certo, non si può oggi essere marxisti ignorando l’opera di Keynes».
In questo dialogo a distanza si inserisce la figura di Michał Kalecki, economista polacco che anticipò molte conclusioni della Teoria Generale con rigore analitico maggiore, e che nel celebre saggio Aspetti politici del pieno impiego formulò un avvertimento rimasto profetico: il vero ostacolo alle politiche di piena occupazione non è economico, ma politico. La disciplina nelle fabbriche e la stabilità dei rapporti di potere contano, per la classe dominante, più dei profitti correnti.
Keynes e le sfide del presente
Sarebbe comodo – e sbagliato – ridurre Keynes a una ricetta di politica economica buona per tutte le stagioni. Il Keynes che emerge dal Meridiano curato da La Malfa è un pensatore stratificato, capace di toni diversi: il polemista che lancia provocazioni per accendere il dibattito, e insieme il riformatore paziente che nelle lettere a Roosevelt raccomanda prudenza e gradualismo. «Penso che tutti faremo molti errori», scrisse in Autosufficienza nazionale, uno dei suoi testi più enigmatici e meno letti.
È questa tensione – tra il coraggio dell’eresia e la cautela del pratico – che rende ancora utile. Non come fonte di risposte pronte, ma come modello di come si pensa in modo rigoroso di fronte all’incertezza. In un’epoca in cui le sfide economiche – dalla transizione ecologica alle disuguaglianze crescenti, dall’intelligenza artificiale alla frammentazione geopolitica – richiedono esattamente quella combinazione di audacia intellettuale e senso delle conseguenze.
I suoi Collected Writings in trenta volumi, ci ricorda Aresu, rappresentano solo circa un terzo del materiale conservato tra il King’s College di Cambridge e gli archivi pubblici britannici. C’è ancora molto da scoprire. E forse, molto da imparare.