*di Luigi Filippo Daniele.
Il volume “Killing the Messenger: The War on Social Media” di Ashutosh Bhagwat, professore alla UC Davis School of Law, è una difesa lucida della libertà di espressione digitale contro l’ondata di allarmismi e moralismi che investe la rete. Pubblicato nel 2025 da Cambridge University Press, il libro mette in discussione il consenso trasversale — da destra e da sinistra — verso una maggiore regolazione dei social media, mostrando come molte delle critiche rivolte alle piattaforme siano infondate o distorte.
1. Introduzione
Bhagwat parte da una premessa semplice ma tagliente: “i critici dei social media tendono ad attribuire quasi poteri magici alla tecnologia, come se la sua mera esistenza avesse distrutto una società prima felice e funzionale. Questo è semplicemente assurdo”¹.
Il saggio non mira a negare i problemi dei social media, ma a collocarli in prospettiva storica. La polarizzazione politica, la disinformazione, la perdita di fiducia nelle istituzioni — tutti fenomeni denunciati come “effetti collaterali” dei social —, secondo Bhagwat, esistevano ben prima della loro comparsa².
Il cuore della sua tesi è che il panico morale verso la tecnologia è una costante della modernità: dai timori ecclesiastici sulla stampa nel Cinquecento, fino all’isteria contro i videogiochi e Internet nel Novecento³. La demonizzazione dei social, in questa scia, è solo l’ultima reincarnazione dello stesso riflesso conservatore
2. Struttura e metodo
Il libro si compone di otto capitoli e una conclusione (“Embracing the Unknown”), che attraversano le principali accuse rivolte alle piattaforme. Bhagwat distingue due linee di attacco:
A) quella conservatrice, che denuncia la censura dei contenuti di destra;
B) quella progressista, che pretende invece una censura più severa in nome della tutela pubblica.
Il suo approccio è quello del giurista empirico: unisce analisi delle norme (in particolare il dibattito sulla Section 230 del Communications Decency Act) a un esame storico delle politiche di moderazione, evitando tanto il tecnofobismo quanto il riduzionismo economico.
3. Nuclei tematici principali
(a) La destra e la retorica della censura.
Bhagwat analizza la narrativa repubblicana secondo cui i social media avrebbero un bias progressista. Eppure, nota ironicamente, “Donald Trump è stato uno dei più efficaci utilizzatori politici dei social media nella storia americana”⁴. La contraddizione è lampante: chi grida alla censura è spesso chi più ha beneficiato dell’amplificazione digitale.
(b) La sinistra e l’ansia da regolazione.
Sul fronte opposto, l’autore contesta la convinzione secondo cui bastino norme più rigide per “salvare la democrazia” online. “Invocare la censura per difendere la libertà è una contraddizione pericolosa”⁵, scrive, ricordando che ogni potere di filtraggio — anche con buone intenzioni — rischia di riprodurre le stesse asimmetrie che si vorrebbe correggere.
(c) La democratizzazione della parola.
Il concetto cardine del libro è quello di cheap speech: la riduzione dei costi della comunicazione grazie a Internet, che ha reso ogni cittadino un potenziale editore. Bhagwat la paragona alla “rivoluzione della stampa di Gutenberg”⁶. Il punto è chiaro: i social hanno abbattuto le barriere all’accesso, restituendo voce a chi prima non ne aveva.
(d) L’errore d’attribuzione.
La società — sostiene l’autore — tende a proiettare sui social media i propri mali. “I social media sono lo specchio in cui vediamo riflessi i problemi della nostra cultura; semplicemente, non ci piace ciò che vediamo”⁷.
4. Lo stile di Bhagwat
Lo stile di Bhagwat è limpido, quasi giornalistico. Non scrive “da giurista per giuristi”, ma da osservatore civico, capace di alternare citazioni legali, riferimenti storici e ironia. Il registro, per quanto accademico, resta accessibile e polemico nel senso migliore del termine.
In certi passaggi, come quando difende il principio di libertà di parola contro la “cancel culture istituzionale”, il tono richiama l’approccio liberale pragmatico di autori come Cass Sunstein o Nadine Strossen Che egli stesso cita in più ragionamenti.
5. Un pensiero critico
Il principale merito di Killing the Messenger è la ricontestualizzazione storica del panico mediatico. Bhagwat mostra come ogni nuova tecnologia comunicativa abbia suscitato paure sproporzionate, destinate poi a rivelarsi infondate: “L’isteria verso i nuovi media è ciclica e sempre eccessiva”⁸.
Il limite, tuttavia, sta nella fiducia forse ingenua nell’autoregolazione delle piattaforme. L’autore riconosce le derive di odio, manipolazione e disinformazione, ma tende a minimizzarle: in questo senso, la sua visione liberale rischia di apparire più ottimista del contesto attuale.
6. Conclusione
Bhagwat chiude il libro invitando a “abbracciare l’incertezza” invece di tentare di neutralizzarla con nuove censure o leggi⁹. I social media — sostiene — sono strumenti, non entità morali. Possono amplificare il meglio e il peggio della società, ma non ne sono la causa.
La lezione in sostanza è : “I social media non sono né angeli né demoni. Sono lo specchio del nostro tempo”¹⁰.
Killing the Messenger è pertanto un testo utile – secondo lo scrivente – non solo per giuristi o studiosi di media, ma per chiunque creda che la libertà — anche quella digitale — non si difenda con la paura.
Note
1. Ashutosh Bhagwat, Killing the Messenger: The War on Social Media, Cambridge University Press, 2025, p. 2.
2. Ivi, p. 3.
3. Ivi, pp. 4–5.
4. Ivi, cap. 1.
5. Ivi, cap. 2.
6. Ivi, p. 6.
7. Ivi, p. 8
8. Ivi, p. 5.
9. Ivi, p. 191.
10. Ivi, p. 8.
Riferimento bibliografico
Ashutosh Bhagwat, Killing the Messenger: The War on Social Media, Cambridge University Press, Cambridge–New York, 2025, pp. 195.
DOI: 10.1017/9781009547703.