IL CASO VENEZUELA

Articolo di Nicolò Mezzavilla. 


Una rubrica di analisi Storico-Politica

Quando un paese finisce nel ciclo mediatico la spiegazione che circola è quasi sempre la stessa: che l’egemone di turno, come gli Stati Uniti, sia responsabile del destino dei singoli paesi. È una lente comoda, e a volte coglie qualcosa di vero, ma tende a trasformare interi popoli in soggetti passivi, semplici satelliti di forze esterne.

Questa rubrica parte dall’idea opposta, senza voler cadere nell’eccesso contrario. Nessuno stato sfugge al sistema internazionale, men che meno in un mondo globalizzato, ma il modo in cui esso reagisce alle pressioni esterne, le assorbe o ne è travolto dipende da una storia interna che gli è propria. Il retaggio coloniale, le fratture sociali, l’economia, la forza delle istituzioni sono variabili importanti in egual modo.

Ogni puntata prende un paese oggi al centro del discorso pubblico e ne ricostruisce la storia economica e politica, per mostrare una cosa semplice e spesso dimenticata: che per capire dove un paese è arrivato, bisogna guardare anzitutto dentro i suoi confini.

Venezuela, tra caudillos e petrolio

Per quarant’anni il Venezuela ha rappresentato un’eccezione: una democrazia relativamente stabile mentre nel resto del continente l’instabilità regnava e i regimi militari si susseguivano al potere. Oggi è un paese da cui sono fuggite otto milioni di persone, con il presidente catturato e portato in un carcere statunitense. L’ingerenza straniera sembra la spiegazione più ovvia di questo rovesciamento; ma quella più solida risiede nella storia ed economia venezuelana, in un secolo di storia segnato dal petrolio, che ha fatto sia da stabilizzatore sia da detonatore.

Una repubblica dei caudillos

Indipendente dalla Spagna grazie alla guida di Simón Bolívar e separatasi dalla Gran Colombia (un’unione con la Colombia e l’Ecuador) nel 1830, il Venezuela nacque come una repubblica in cui il potere apparteneva ai grandi proprietari terrieri. Il primo presidente, José Antonio Páez, governò di fatto il paese per quasi due decenni e fu il primo “caudillo” (leader carismatico solitamente di formazione militare) di una lunga serie che per gran parte dell’Ottocento si imposero con la forza. Una repubblica de iure che emanava costituzioni ma dove de facto il potere era personale, arbitrario e fondato su reti di lealtà più che su istituzioni solide; un paese che rimaneva comunque debole economicamente e politicamente anche nella sua proiezione estera, come successe durante la crisi del 1903, quando il caudillo Cipriano Castro rifiutò di pagare dei debiti alle nazioni europee e loro imposero un blocco navale. Tale crisi fu anche scatenata da una lunga guerra civile dalla quale Castro uscì vincitore ma con uno Stato in grave crisi finanziaria, e solo la pressione diplomatica statunitense, che spinse per un arbitrato internazionale, scongiurò una crisi economica (imposta dal blocco navale) ancora peggiore.

Il petrolio e lo Stato della rendita

L’instabilità politica si arrestò nel 1908 quando Juan Vicente Gómez instaurò una dittatura personale destinata a durare ventisette anni. Fu sotto il regime autoritario che, nel 1922, venne scoperto il potenziale dei giacimenti petroliferi del paese. La stabilità politica attrasse i capitali stranieri, e il petrolio divenne in pochi anni la spina dorsale dell’economia nazionale, condizione economica che dura tutt’oggi. Tuttavia, la nuova ricchezza non fu equamente distribuita e la maggior parte degli abitanti delle campagne continuò a vivere in condizioni di povertà assoluta.

Lo Stato venezuelano era così in possesso di una fonte di reddito enorme, indipendente dalla tassazione dei cittadini, che poteva distribuire per costruire consenso, ed era uno dei pochi paesi della regione che ne poteva usufruire per la stabilizzazione politica interna. Era una risorsa stabilizzatrice che tuttavia dipendeva dai mercati, e quindi soggetta a fluttuazione come i prezzi sui mercati.

La democrazia della rendita e la sua crisi

Dopo la morte di Gómez e un decennio di autoritarismo in transizione, il Venezuela conobbe una prima, breve apertura democratica fra il 1945 e il 1948, guidata da Rómulo Betancourt, con la Costituzione del 1947. L’esperimento fu stroncato da un golpe militare che sfociò, dal 1952, nella dittatura personale del colonnello Pérez Jiménez, che tuttavia venne a sua volta rovesciato nel 1958 dagli stessi militari restituendo il potere ai cittadini.

Nacque allora il sistema che avrebbe retto il paese per quarant’anni: una democrazia rappresentativa fondata su un patto fra i due grandi partiti, il socialdemocratico Acción Democrática di Betancourt e il democristiano COPEI, che si alternarono regolarmente al governo. Mentre negli anni Sessanta e Settanta il resto del continente, come nel caso di Cile e Argentina, cadeva sotto le giunte militari, il Venezuela restava una delle poche democrazie insieme a Colombia e Costa Rica, sebbene molto fragile e addirittura definita da alcuni “malata”.

La sua fragilità era data dal suo sistema politico, dove i due partiti sopracitati avevano approfittato del boom del prezzo del petrolio (anche grazie alla nazionalizzazione di quella industria, insieme a quella del ferro) negli anni ‘70 per ampliare la propria base elettorale distribuendo la rendita derivante: l’effetto di tali politiche fu l’espansione della spesa pubblica, che rese il paese molto esposto a eventuali fluttuazioni dei mercati, come avvenne negli anni ‘80.

Il calo degli introiti durante la cosiddetta “decada perdida” richiese dei piani di austerità e tagli alla spesa pubblica che scatenarono proteste sia tra i ceti popolari che tra i ceti medi.

La democrazia venezuelana era dunque basata sulla distribuzione della rendita del greggio per creare consenso, e non sulla solidità delle sue istituzioni. L’effetto del crollo del prezzo del petrolio, delle conseguenti misure di austerità (sotto la presidenza di Carlos Andrés Pérez) e delle proteste fu nel 1989 il “caracazo”: un’ondata di rivolte represse nel sangue, con circa trecento morti. Su questo sfondo di rendita in caduta, crisi di legittimità e rigetto dell’aggiustamento economico liberista maturò il tentato colpo di stato del tenente colonnello Hugo Chávez nel 1992, che fallì ma dimostrò come il governo democratico era sull’orlo del collasso.

Il ritorno del caudillo

Nel 1998 Chávez vinse le elezioni.

La crisi finanziaria e la corruzione dei partiti tradizionali posero le condizioni per la vittoria del comandante militare che cercò qualche anno prima di prendere il potere con la forza. Chávez, da outsider, fu legittimato dal suo seguito popolare e fin da subito si dimostrò avverso verso la democrazia rappresentativa, smontando dall’interno i contrappesi istituzionali alla figura del presidente. Egli modificò per due volte la costituzione (1999 e 2009) garantendosi di fatto la rielezione indefinita, estendendo il controllo su magistratura e mezzi d’informazione. La concentrazione dei poteri nelle sue mani si finalizzò nella creazione del consiglio nazionale elettorale (CNE, nel 1999), un organo che il chavismo avrebbe progressivamente piegato all’esecutivo nonostante il suo compito costituzionale fosse vegliare sulla trasparenza delle elezioni, e nella riforma del sistema giudiziario del 2004, dove trasformò il potere giudiziario in uno strumento governativo. Nemmeno il tentato colpo di stato nel 2002, che portò all’arresto e alla destituzione di Chávez per circa 48 ore, sembrò intaccare il supporto popolare che egli aveva costruito. Importante per il suo successo fu anche il cosiddetto boom delle commodities” dei primi anni 2000, dove l’ingresso della Cina nella WTO e l’enorme domanda di materie prime che Cina e altri paesi, come l’India, richiedevano per la loro modernizzazione e industrializzazione trascinarono il prezzo del petrolio vertiginosamente verso l’alto.

L’aumento del controllo dell’esecutivo sulla PDVSA (Petróleos de Venezuela, S.A), la società responsabile dell’estrazione e della gestione del greggio venezuelano, fu un’ulteriore variabile che permise al regime di rafforzarsi.

Le entrate derivanti dal greggio così tornarono a essere fattore stabilizzante del potere attraverso la distribuzione della rendita e lo sviluppo di programmi sociali (le “misiones”) che hanno riassorbito in parte la povertà fornendo sia servizi di base sia propaganda per il governo. Il caudillo dunque tornava nella scena venezuelana e usava il petrolio per distribuire servizi e guadagnare consenso.

Il collasso

Chávez morì nel 2013, e dal 2014 il quadro precipitò. Il boom delle materie prime era finito e Nicolás Maduro, vice di Chávez e suo successore, si ritrovò al potere mentre i prezzi internazionali iniziavano a cedere. Con il calo della rendita del petrolio e una malagestione delle immense risorse che il governo aveva ottenuto nel decennio precedente, il regime entrò in una fase di crisi politica ed economica.

Le legislative del 2015 furono vinte dall’opposizione per la prima volta dopo diciassette anni e la risposta dell’esecutivo fu l’irrigidimento. Nel 2017 il Tribunale supremo tentò di esautorare il Parlamento; nel 2019 il leader dell’opposizione Juan Guaidó si autoproclamò presidente, riconosciuto da gran parte dell’Occidente ma incapace di rovesciare un governo che mantenne la lealtà delle forze armate. Le elezioni successive hanno smesso di essere momenti di possibile ricambio per diventare una sorta di guerra simulata tra schieramenti che si negano reciprocamente legittimità. A livello economico, dal 2015 la crisi si è aggravata in modo preoccupante con una crisi umanitaria. Secondo l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ci sono circa 8 milioni di emigrati venezuelani che risiedono soprattutto nei paesi confinanti per via di una iperinflazione, della scarsità di generi di prima necessità e del collasso del sistema sanitario che ha colpito il paese dopo il 2015.

Oltre il petrolio?

Il crollo seguì la stessa logica che aveva retto il paese per un secolo. Finché il petrolio produceva rendite sostenute, lo Stato, democratico o chavista, poteva comprare consenso senza chiederlo distribuendo rendita invece di costruire istituzioni, sanità, o un’economia capace di reggersi senza il greggio. Quando dal 2014 il prezzo crollò, il meccanismo si inceppò come già negli anni ’80 ma il regime non aveva contrappesi come in passato, con Maduro che rispose all’erosione del consenso con la repressione, svuotando il Parlamento e riducendo le elezioni a plebisciti senza avversari riconosciuti. La crisi umanitaria è il risultato di questi processi.

Conviene tuttavia resistere alla conclusione più comoda, quella determinista: che il Venezuela sia condannato al caudillo da una vocazione culturale. Invece, la figura del leader carismatico è generata da condizioni, come il consenso costruito con la rendita statale e istituzioni fragili, che non sono mai state smantellate. Il petrolio ha funzionato come condizione abilitante: la rendita ha permesso agli attori politici di rimandare la costruzione di istituzioni solide, mentre le cause prossime delle crisi restavano politiche.

L’operazione militare statunitense del gennaio 2026 ha catturato Maduro a Caracas e lo ha trasferito a New York: ufficialmente per traffico di droga, ma con il petrolio onnipresente sullo sfondo, soprattutto se si pensa alle dichiarazioni di Trump sulle compagnie americane pronte a ricostruire l’industria petrolifera danneggiata dal chavismo. Che un blitz straniero abbia potuto rovesciare in poche ore il regime dice meno della potenza americana che della fragilità venezuelana: un paese senza istituzioni autonome, con un esercito legato al solo capo e un’economia ridotta al rubinetto, era già svuotato dall’interno molto prima dell’arrivo dei marines.

Al posto di Maduro la Corte Suprema ha insediato la vicepresidente Delcy Rodríguez. Resta da chiedersi se la transizione che si apre spezzerà la dipendenza dalla rendita petrolifera, o si limiterà a cambiare la proprietà sulle risorse del paese.

FONTI E SITOGRAFIA

Bottazzi. «Venezuela». Caritas Italiana, 9 gennaio 2025. https://www.caritas.it/venezuela/. «Cento giorni senza Maduro: il Venezuela cerca un nuovo equilibrio». ISPI, s.d. Consultato 24

giugno 2026. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cento-giorni-senza-maduro-il-venezuela-cerca-un-nuovo-equilibrio-236479.

Il Post. «Chi sta governando il Venezuela». 14 gennaio 2026. https://www.ilpost.it/2026/01/14/nuovo-governo-venezuela-transizione-maduro-rodriguez/.

Treccani. «Venezuela – Enciclopedia». Consultato 24 giugno 2026. https://www.treccani.it/enciclopedia/venezuela/.

Zanatta Loris (2017). Storia dell’America Latina contemporanea. Roma-Bari : Laterza

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